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TERRA TERRA
27.04.2010
  • | di Luca Manes
    Botnia inquina due stati
    La Corte Internazionale di giustizia si è espressa con una maggioranza schiacciante - 13 voti a 1 - contro il mega impianto di pasta di cellulosa della compagnia finlandese Botnia, presso la località uruguayana di Frei Bentos, al confine con l'Argentina. In realtà il tribunale non ha dato ragione alle migliaia di ambientalisti e residenti della provincia argentina di Entre Rios che da quasi quattro anni presidiano il confine tra i due Stati, segnato dal fiume Uruguay, i quali denunciano come la fabbrica sia una sorta di «bomba ecologica» ad altissimo rischio. Ha però riconosciuto che l'Uruguay non ha rispettato il diritto internazionale, permettendo alla Botnia di realizzare il progetto dimenticandosi di avvisare la commissione creata ad hoc da un trattato bilaterale tra Montevideo e Buenos Aires per proteggere il fiume Uruguay, che come detto bagna entrambi i Paesi. Nella sentenza si legge che «il governo uruguayano ha accordato alla Botnia l'autorizzazione per la costruzione dell'impianto per la produzione di cellulosa e di un porto e per lo sfruttamento del materiale presente sul letto del fiume a fini industriali senza informare l'organo preposto». Insomma, tutte le operazioni portate avanti negli ultimi anni erano del tutto illegittime: e però, ciò nonostante, la fabbrica può continuare a operare. Una volta appreso il pronunciamento della Corte, i due governi interessati dall'intricata faccenda hanno subito espresso la loro soddisfazione per la parte di sentenza a loro più favorevole. Tuttavia sono tanti i problemi che rimangono irrisolti. E forse l'istituzione che esce peggio dall'intera faccenda è la Banca mondiale. Nel novembre del 2006, infatti, il ramo della World Bank che presta ai privati, l'International Finance Corporation (Ifc), aveva accordato alla Botnia un prestito di ben 370 milioni di dollari, sebbene la diatriba legale fosse appena iniziata e in totale spregio di una norma della Banca stessa che vieta il sostegno a opere che violano il diritto internazionale. Il peso politico, oltre che economico, dei banchieri di Washington si fece sentire, tanto che pure due grandi istituti di credito privati (la svedese Nordea e la francese Credite Agricole) e l'assicuratore pubblico finlandese (la Finnvera) si convinsero a sostenere il progetto, che così poté disporre dei fondi necessari per il suo completamento.
    Un'altra banca, l'olandese Ing, qualche mese dopo si fece da parte una volta appreso il contenuto del rapporto dell'Ombudsman sul rispetto delle regole interne della Banca mondiale, che riconosceva le ragioni delle comunità locali e sbugiardava così l'istituzione e alcuni alti dirigenti dell'Ifc, spintisi addirittura a dire che la Botnia aveva l'appoggio della stragrande maggioranza della popolazione pur di far approvare il progetto. È proprio da quel fatidico 20 novembre 2006, giorno della decisione sul finanziamento, che uno dei principali passaggi di frontiera tra Argentina e Uruguay è picchettato senza sosta. Ogni anno la lotta viene rilanciata con una marcia a cui partecipano decine di migliaia di persone che proprio domani sfileranno per dire no all'impianto e ai suoi impatti su un ecosistema di gran pregio, anche dal punto di vista eco-turistico. A causa dell'inquinamento acustico, del proliferare di alghe nel fiume, dall'accresciuto traffico industriale e dei miasmi che provengono dall'impianto, il turismo nella zona adiacente alla fabbrica in Uruguay è già un lontano ricordo, presto lo sarà anche nei paraggi sotto la sovranità argentina.
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