mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
28.04.2010
-
| di Marina Forti
Cobalto-60 a Mayapuri
La notizia era passata senza grande scalpore: sei persone ammesse in ospedale, nei primi giorni di aprile a New Delhi, per essere state contaminate da rifiuti radioattivi, nella piccola bottegna di ferrivecchi in cui lavoravano in un sobborgo industriale della capitale indiana. Lunedì sera una di queste persone è morta «per multiplo collasso di organi», dicono i bollettini medici: l'uomo, Rajender, era nel reparto di terapia intensiva, sottoposto a trasfuzioni di sangue e altre cure che però non l'hanno salvato. Gli altri restano in ospedale, dicono ancora le agenzie, in «condizioni stabili».
Le persone contaminate sono il proprietario dell'officina di ferrivecchi e i suoi cinque lavoratori - e l'intera storia ha suonato un allarme, se non sulle pagine dei giornali certamente per le autorità della capitale indiana: perché ha a che vedere non solo con il «normale» inquinamento di un sobborgo industriale, ma con la sicurezza dei materiali radioattivi.
Il sobborgo si chiama Mayapuri, in linea d'aria dista appena una quindicina di chilometri dal parlamento e dalla sede del governo indiano. Decine di officine dove sono raccolti e in qualche modo riciclati detriti di metallo d'ogni genere - carcasse arrugginite, pezzi di tubi, roba metallica proveniente dall'India ma anche da Europa, Giappone, Stati uniti. Quando i sei lavoratori sono arrivati in ospedale accusando malori non chiari - e sono risultati positivi al test delle radiazioni - le autorità hanno mandato degli ispettori. I pazienti sono stati trasferiti dal primo ospedale al All India Institute of medical Science - la clinica universitaria - per essere seguiti da esperti. Perché una cosa è stata subito chiara ai medici: si trattava di un caso di esposizione acuta alle radiazioni, e questo implicava che la fonte della contaminazione fosse ad alta intensità. Insomma: roba che no dovrebbe trovarsi per caso tra le ferraglie da riciclare.
le autorità sono intervenute subito. Circondata la zona, hanno trovato nell'officina otto fusti di metallo «da riciclare» che contenevano fonti di Cobalto-60, un isotopo usato ad esempio nelle apparecchiature per le radiografie mediche, per l'irraggiamento del cibo, o anche nella radioterapia per i tumori. Del caso è stato subito investito il dipartimento all'energia atomica del governo indiano, il materiale rimosso dall'officina è stato mandato all'impianto atomico di Narora per essere esaminato - ora le autorità indiane sono convinte che all'officina di ferrivecchi siano arrivati rifiuti ospedalieri occultati fusti di ferro dall'aria innocua, probabilmente dall'estero. L'officina infortunata è sigillata, ma il sobborgo, con i suoi circa 200 lavoratori, è tornato in piena attività - e non potrebbe essere altrimenti. Ma resta il problema. Da anni l'India (e altri paesi in via di sviluppo) importa diverse categorie di rifiuti da riciclare da paesi industrializzati: in parte perché è un affare lucrativo (i paesi ricchi pagano per mandare a smaltire i propri rifiuti elettronici, metallici, carcasse di macchinari, vecchie navi da smantellare. In teoria, è vietata l'esportazione di materiali tossici e nocivi - sostanze chimiche pericolose, ad esempio, o materiali radioattivi: ma sotto la dizione «materiali da riciclare» passano spesso anche quelli. Le autorità ad esempio pensano di aver ricostruito: il materiale contaminato giunto nell'officina di mayapuri dev'essere stato importato in India in febbraio o inizio marzo. Il punto allora sarebbe un sistema di monitoraggio e controllo. Ed è di questo che discutono ora le autorità indiane.
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