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TERRA TERRA
01.05.2010
  • | di Marina Forti
    Terra, foreste e miniere
    Ruota tutto attorno alla terra, dice Gladson Dungdung: terra, foreste, e giacimenti minerari. «Le aree tribali sono sempre state lasciate nell'abbandono, dimenticate dallo stato e dal servizio pubblico. Ma sono piene di risorse minerarie, e dopo la liberalizzazione dell'economia è cominciata la grande corsa a sfruttarle. E sugli abitanti è cominciata la pressione ad andarsene». Gladson si definisce un attivista per i diritti umani: è originario di Simdega, distretto rurale del Jharkhand, stato dell'India settentrionale, zona di «tribali» come lui (sono definiti così in India i popoli nativi, o adivasi: gli «abitanti originari»), ma vive da tempo nella capitale, Ranchi, dove rappresenta il Forum delle popolazioni indigene e ha lanciato un notiziario web, jharkhandmirror.org, per «rendere di pubblico dominio le notizie delle genti indigene».
    «Ora lo chiamano red corridor, ma erano zone lasciate nell'abbandono», insiste Dungdung, che ho incontrato a New Delhi durante un «Tribunale popolare sulle acquisizioni di terre, l'accaparramento di risorse e l'operazione Green Hunt» che ha riunito attivisti dei diritti umani, sindacalisti, accademici e rappresentanti di movimenti popolari da diversi stati dell'India, tra cui Jharkhand, Chhattisgarh e Orissa: quelli attraversati dalla regione montagnosa chiamata «mineral belt» perché racchiude la gran parte dei giacimenti minerari del paese, e sono anche dove si concentra gran parte della popolazione adivasi, indigena, dell'India. Dungdung riassume così: erano zone remote e neglette, «ma dopo la liberalizzazione dell'economia nel 1991 è cominciata una grande pressione per estrarre le materie prime che vi si trovano. Così, attirati dalle miniere, sono arrivate corporations private e lo stato. Ora lo chiamano red corridor», perché è proprio qui che negli ultimi anni ha ripreso forza la ribellione armata di ispirazione maoista. «Loro invece ne vogliono fare un "corporate corridor", voglio dire: vogliono avere mano libera di aprire miniere, acciaierie, impianti industriali senza resistenze da parte della popolazione locale. Quando gli fai notare che quei villaggi sono poverissimi e che non c'è nessun investimento dello stato nello sviluppo locale, dicono: sono i maoisti che lo impediscono. Ma i maoisti ormai sono una scusa», continua Dungdung.
    Fattostà che in Kharkhand, come in Chhattisgarh e altrove, si susseguono le operazioni antiguerriglia della polizia federale - tra cui l'ultima, che Dungduing cita con il suo nome mediatico: operazione Green Hunt. «Se guardi bene, c'è un legame molto stretto con le strategie industriali»: nel Jharkhand, spiega Dungdung, l'operazione riguarda proprio un distretto, il Singhbhum orientale, dove il governo ha appena firmato diversi memorandum d'intesa per progetti minerari e acciaierie. «Nel frattempo il 28 marzo hanno lanciato anche una ricognizione aerea per esplorare altri siti minerari... dovremo chiamarla "mining hunt", caccia alle miniere», dice polemico: «Con l'operazione di polizia vogliono creare insicurezza e paura nei villaggi, terrorizzare gli abitanti perché rinuncino a ogni resistenza». Miniere e acciaierie costringono le popolazioni rurali a farsi da parte. «Se punti tutto lo sviluppo sulle attività industriali, sulle grandi aziende, la povera gente - gli adivasi, le caste basse rurali - restano tagliate fuori, ed è quello che sta accadendo. Ma non c'è nessun investimento per sviluppare l'economia agroforestale. Così l'esodo dalle campagne diventa inevitabile».
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