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TERRA TERRA
05.05.2010
  • | di Paola Desai
    Il Niger nomina la fame
    Il Niger è alla fame. Letteralmente: la siccità ha completamente rovinato i raccolti dell'ultima stagione e ora la metà dei 15 milioni di abitanti del paese affronta una «grave carenza di cibo», dichiarano le autorità. Un inviato delle Nazioni unite, il capo dell'ufficio per gli affari umanitari John Holmes, ha visitato il paese giorni fa e constatato che la situazione è di emergenza. Nell'anno passato è caduto il 70% meno delle abituali piogge, e per un paese semiarido questo è il tracollo: non solo nel nord semodesertico ma anche nel sud, la valle del fiume Niger, la carestia galoppa. Holmes ha confermato che 8 milioni di persone sono direttamente toccate dalla carestia, e le nazioni unite dicono che servono 130 milioni di dollari per affromntare l'emergenza prima che la situazione peggiori - anche perché il prossimo raccolto, se non sarà di nuovo bruciato dalla siccità, è comunque lontano mesi.
    In alcune zone del paese, ha detto l'inviato dell'Onu, la situazione è peggiore della crisi del 2005. Perché la storia recente del Niger è stata scandita da siccità e conseguenti carestie: nel 2005, e prima nel 1985, e ancor prima nel '74. C'è una differenza, ha detto però Holmes: questa volta l'allarme è scattato prima, «forse riusciremo a evitare il peggio della crisi». Il nuovo governo, ha aggiunto l'inviato dell'Onu, sta cooperando nello sforzo umanitario. Non lo ha sottolineato, ma questa è la vera differenza rispetto alle crisi passate, quella del 2005 in particolare: il governo attuale, un esecutivo militare entrato in carica alla fine di febbraio, ammette la realtà dei fatti e ha chiesto aiuto. Proprio quello che non voleva fare il presidente deposto, Mamadou Tandja, che veniva preso da accessi di rabbia al solo sentire la parola «carestia», dicono i funzionari nigerini. «Parlare di fame era vietato», ricorda Idriss Kouboukoye, capo dell'Agenzia alimentare del Niger: il suo ente aveva magazzini pieni di grani, riferisce (al New York Times di ieri), ma solo il 1 marzo ha avuto mandato di avviare una distribuzione pubblica.
    Ricorsi della storia: nel 1974 Tandja aveva partecipato a un colpo di stato nel pieno di una situazione di crisi in parte dovuta proprio alla carestia di quell'anno. Nel 2005 però l'autocratico presidente ruggiva che parlare di fame era anti-patriottico, e i giornalisti che ne scrivevano erano dei traditori. Ultranazionalista e autoritario, Tandja aveva instaurato in questi anni un regime di censura e arresti di oppositori - e si era fatto riconfermare quasi a vita con un plebiscito contestato dalle opposizioni. Finché gli è toccata la sorte dei predecessori: è stato deposto da una giunta militare, tra i sospiri di sollievo degli oppositori. E il primo pronunciamento del nuovo governo è stato sulla crisi alimentare incombente.
    Le cronache descrivono scene terribili: cliniche rurali in cui si allineano bambini pelle e ossa (il 12% dei bambini sono in stato di malnutrizione acuta, dice l'Unicef). Madri che fanno bollire rare erbe trovate tra le dune nel tentativo di sfamare i figli. Altre che si accampano davanti ai magazzini di stato a raccogliere i chicchi di riso sparsi nella polvere. E centinaia di capanne di fango sorte attorno alla capitale, Niamey, piene di «rifugiati del cibo»: persone fuggite dalle zone rurali più aride, nella speranza di trovare più aiuto in città.
    Il peggio deve ancora arrivare, dicono gli esperti. Ma è questo che sperano di evitare le organizzazioni umanitarie, con un intervento tempestivo.
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