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TERRA TERRA
07.05.2010
  • | di Marina Forti
    Fiammate nello spazio
    Sono visibili dallo spazio. Nelle foto scattate dai satelliti, appaiono più luminose della città di Lagos, la più grande della Nigeria. Sono le grandi fiammate di gas chiamate «gas flare»: alcune bruciano ininterrottamente dagli anni '60. Nella regione petrolifera del delta del Niger, in Nigeria, ce n'è almeno un centinaio. L'ultimissima è l'impianto costruito dalla Shell a Opolo-Epie, nella foresta tropicale dello stato di Bayelsa, nella regione del delta del fiume Niger, inaugurato alla fine di aprile (ne troviamo notizia sul quotidiano britannico «The Independent»). Si tratta di una sorta di bunker di cemento armato in cui vengono convogliati milioni di metricubi di gas naturale «di scarto» sprigionati da un vicino pozzo petrolifero, per poi farli bruciare. I più ricchi depositi di petrolio sono di solito mescolati a depositi di gas, e una volta questo era considerato di nessun valore e utilità: così negli anni '60 e '70 il «prodotto di scarto» era comunemente bruciato, dal Texas all'Arabia saudita. Poi le cose sono cambiate, le compagnie petrolifere hanno visto l'interesse commerciale del gas, fonte di energia di tutto rispetto - tanto più da quando il risparmio energetico è all'ordine del giorno, e anche la questione delle emissioni di gas di serra che alterano il clima: e le fiammate sono quasi del tutto scomparse.
    Non in Nigeria però, dove oggi il «gas flare» è una specie di tragedia ambientale e umana, oltre che un colossale spreco: in un paese dove il 60% della popolazione non ha energia elettrica continuativa, miliardi di piedicubi di gas vanno in fumo ogni giorno (sì, miliardi al giorno). Impianti di «flaring» costellano acquitrini, foreste e canali della regione petrolifera del delta nigeriano. Qui la speranza di vita non va oltre i 43 anni e il 12% dei neonatoi non arriva a un anno - il gas è di sicuro una delle cause di uno stato di salute così misero.
    Nessuno ha difficoltà a definire il «gas flaring» una pratica distruttiva per l'ambiente e per la salute umana: e il governo nigeriano l'ha dichiarata illegale fin dal 1984. In anni recenti ha dato tre successivi ultimatum all'industria petrolifera a fermare le fiammate; l'ultimo scadrà alla fine di quest'anno, ma c'è da dubitare che sarà rispettato più dei precedenti. L'ente petrolifero nazionale (Nigerian National Petroleum Corporation) afferma di aver ridotto il flaring a 1,9 miliardi di piedicubi al giorno, pari al 30% della produzione totale. «The Independent» però cita un rapporto confidenziale di un'agenzia internazionale di consultant sull'energia che stima il gas flaring a 2,5 piedicubi al giorno, o il 40% della produzione. Questo genera circa 50 milioni di tonnellate di anidride carbonica all'anno, oltre a quantità non precisate di metano. Ovvero: è una delle più grandi singole fonti di gas di serra sul pianeta, e una delle più inutili. Se questo gas fosse convogliato in moderni impianti di produzione di energia a ciclo combinato, sarebbe sufficiente a coprire l'intero fabbisogno dell'industria tedesca - certo risolverebbe i problemi energetici della Nigeria. Ma costruire l'infrastruttura per recuperare quel gas e utilizzarlo richiede investimenti, e nessuno li vuol fare - non le compagnie petrolifere: Shell, Exxon, Chevron e Agip, che lavorano in Nigeria. Per questo il gruppo di avvocati e ambientalisti nigeriani Environmental Rights Action parla di «razzismo ambientale» e chiede «che le compagnie rispettino in Nigeria gli stessi standard a cui si attengono nei loro paesi».
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