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TERRA TERRA
02.06.2010
  • | di Marina Forti
    Papua Niugini perde la terra
    I cittadini di Papua New Guinea - Niugini in lingua locale - hanno perso il diritto di chiedere conto a imprese private o allo stato sull'uso delle loro terre e delle risorse naturali che racchiudono, leggiamo in un dispaccio di Irin news - bollettino dell'Ufficio dell'Onu per gli affari umanitari.
    La repubblica di Papua Niugini occupa la parte orientale dell'isola di Papua, nella zona di oceano Pacifico indicato come Melanesia, appena a nord dell'Australia; ha una popolazione che non raggiunge i 7 milioni di abitanti su un territorio grande più della penisola iberica, occupato in gran parte da un massiccio montagnoso che sfiora i 5.000 metri, ricchissimo di risorse minerarie e foreste. E' popolata da oltre 800 gruppi etnici con altrettante lingue (è uno dei più famosi «casi di studio» per antropologi e linguisti), una delle popolazioni più rurali al mondo (appena il 18% abita in città) organizzata in società di tipo tradizionale (di clan) che praticano agricoltura di sussistenza, Questa diversità umana e la sua società tradizionale sono riconosciute nel preambolo della costituzione: «i villaggi tradizionali e le comunità restino l'unità della società di Papua Niugini». Va da sé che il diritto consuetudinario sulle terre è considerato inalienabile: il 97% delle terre utili è detenuto dai clan, solo il 3% è statale o privato (sotto concessione statale).
    Ogni progetto di sfruttamento di risorse naturali dunque deve in qualche modo venire a patti con i proprietari «consuetudinari» delle terre. E' qui che interviene la nuova legge, approvata dal parlamento il 28 maggio. Si tratta di un emendamento alla «legge sull'ambiente e la conservazione», che regolamenta lo sfruttamento delle risorse naturali: ora l'apposito ufficio statale per l'ambiente avrà il potere di autorizzare i progetti sottoposti dagli investitori, rilasciando nulla-osta ambientali considerati finali, che «non potranno essere impugnati né rivisti in nessun tribunale». Il ministro dell'ambiente Benny Allen, che ha voluto questo emendamento, ha dichiarato che era necessario nell'«interesse nazionale».
    Le implicazioni sono pazzesche. La popolazione indigena (e chiunque abbia un titolo di proprietà su una terra) non potrà discutere in nessun modo i progetti di sfruttamento delle risorse approvato dallo stato, che siano nuove miniere, concessioni forestali, piantagioni o altro. Il governo «ha deciso che lo sviluppo va sempre bene e ogni ostacolo ai progetti di estrazione delle risorse va eliminato», ha commentato il «Post Courier», giornale in inglese. L'opposizione annuncia ricorsi, sostiene che la norma è incostituzionale - viola anche la Convenzione mondiale sui diritti dei popoli indigeni e tribali, ratificata dal parlamento. Anche gli attivisti sociali sono sul piede di guerra: accusano il governo di proteggere gli interessi degli investitori a scapito dell'ambiente e dei proprietari delle risorse. I conflitti sulle terre sono numerosi, a Papua Niugini. Sopito ormai quello dell'isola di Bougainville, dove una disputa sui risarcimenti tra l'azienda mineraria australiana Bougainville Copper Ltd e centinaia di indigeni è sfociato in una guerra civile tra un movimento separatista e l'esercito nazionale, con oltre 5.000 morti tra il 1989 e il '99. Restano aperti però conflitti per le miniere di rame di Ok Tedi nel massiccio occidentale, il progetto petrolifero Katubi nel sud, e altre quattro miniere d'oro. Tiffany Nonnggor, avvocata e attivista dei diritti umani, dice che con la nuova legge il governo «ha privato dei loro diritti i cittadini più vulnerabili, quelli delle zone rurali più remote, senza nessuna consultazione o dibattito e tantomeno risarcimento».
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