domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
22.06.2010
-
| di Luca Manes
La Banca del carone
La Banca del carbone Altro che nuova paladina del clima. Altro che istituzione chiamata a gestire in maniera oculata i fondi internazionali per combattere i cambiamenti climatici. Mai come negli ultimi mesi la Banca mondiale ha sostenuto il settore estrattivo, stando ai dati di una storica organizzazione non governativa statunitense, il Bank Information Center, che si basa su informazioni rese note dagli stessi banchieri di Washington: i quali ci raccontano come alla metà del 2010, con prestiti per 4,7 miliardi di dollari, la Banca mondiale abbia già superato di un bel po' il precedente record fissato nel 2008 con 3,1 miliardi. A portare su la cifra sono soprattutto degli oltre tre miliardi garantiti alla mega centrale a carbone di Medupi, in Sud Africa, la quarta più grande al mondo, ma anche altre opere in fase di realizzazione in paesi «a medio reddito». D'altronde proprio i progetti per il carbone, il più inquinante tra i combustibili fossili, sono in netta ascesa nella lista dei beneficiari della Banca, visto che dal 2007 hanno ricevuto aiuti per oltre 6,5 miliardi di dollari. Più o meno lo stesso ammontare del «Climate Investment Fund», uno dei presunti fondi ambientali messi in piedi dalla Banca con sede a Washington, usato per lo più per giustificare proprio gli investimenti nel carbone, con programmi di efficienza energetica o cattura delle emissioni di CO2. Le alte sfere dell'istituzione difendono le loro scelte con la scusa della crisi globale, che avrebbe «minato la capacità dei Paesi africani di finanziare i loro programmi ordinari di sviluppo energetico». Insomma, in tempi difficili bando alle rinnovabili e avanti tutta con carbone e affini.
Peccato che la stessa Banca mondiale solo pochi mesi fa abbia negato che la crisi potesse costituire un problema per l'innalzamento degli standard socio-ambientali legati a progetti energetici nei paesi più poveri. Evidentemente tali criteri non sono stati applicati alla centrale di Medupi, molto contestata per i suoi impatti «ad ampio spettro». Del resto, a maggio la responsabile del team sui cambiamenti climatici istituito dalla Banca, Kseniya Lvovsky, ha ribadito che «ancora per un po' di tempo i combustibili fossili rimarranno una parte importante del mix energetico sia dei Paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo». L'impressione è che dalle parti di Washington non abbiano tanta voglia di dedicarsi alle fonti rinnovabili, peraltro intese in maniera non sempre ortodossa e corretta, se è vero che in quell'ambito la Banca fa rientrare anche gli impianti idroelettrici e quelli estrattivi «a basso impatto di CO2». Non è un caso allora che al recente summit delle Nazioni Unite sull'ambiente tenutosi a Bonn, in Germania, quasi 300 organizzazioni non governative e gruppi di oltre 50 paesi abbiano chiesto alla presidenza Obama di fare di tutto per escludere la Banca mondiale dalla gestione della finanza per il clima. Oltre all'attuale realtà dei fatti, ci sono fin troppi precedenti a parlare a sfavore dell'istituzione. Nei giorni scorsi, per esempio, cadeva il decimo anniversario dell'inizio dei lavori dell'oleodotto Ciad-Camerun. Quello che doveva essere «il progetto modello», l'esempio da copiare, da seguire e imitare per tutti i grandi impianti estrattivi da realizzarsi in Africa, si è invece rivelato un terribile fallimento. Troppi gli impatti socio-ambientali e le violazioni dei diritti umani. Troppi i dubbi sul reale impiego dei fondi derivanti dallo sfruttamento petrolifero, che invece di contribuire alla lotta alla povertà sono spesso stati destinati all'acquisto di armi e chissà quant'altro. Una dura lezione, che rischia di rimanere ignorata.
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