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TERRA TERRA
24.06.2010
  • | di Claudio Magliulo
    «E le balene? Ragù!»
    Così recitava uno spot di Greenpeace, una profezia. Infatti la conferenza della Commissione baleniera internazionale (Iwc) che in questi giorni doveva produrre un accordo tra i paesi costieri per rivedere le regole internazionali sulla caccia alle balene, si è conclusa con un nulla di fatto, dopo due giorni di colloqui privati tra i delegati. Le speranze non potevano essere più distanti. Da un lato i paesi balenieri, che nonostante la moratoria del 1986 continuano a cacciare i giganti marini, chi con la scusa della ricerca (il Giappone) chi dichiarando esplicitamente di sottrarsi alle norme stabilite dalla stessa Commissione (Norvegia e Islanda). Dall'altro chi, spalleggiato dai gruppi di pressione ambientalisti, cercava di ottenere un blocco totale vincolante per tutti di almeno dieci anni. Ma la battaglia è finita ancora prima di cominciare. «C'è un'assenza di volontà politica nel superare le differenze di posizione» ha spiegato Geoffrey Palmer, ex primo ministro neozelandese e membro dell'Iwc. Alcuni attivisti tirano un sospiro di sollievo: «Se questo accordo avesse vissuto, avrebbe vissuto nell'infamia» ha dichiarato Patrick Ramage, responsabile del programma balene per il Fondo internazionale per il benessere degli animali. L'accordo in discussione prevedeva infatti una riduzione graduale delle quote, giudicata insufficiente dai delegati anti-caccia.
    Attualmente le grandi balenottere azzurre rappresentano appena l'1% della loro popolazione originaria, nonostante 40 anni di protezione totale, di balene grigie del Pacifico occidentale sono rimasti appena 100 esemplari e rischiano seriamente l'estinzione. Secondo il Wwf dal 1986 al 2008 quasi 32mila balene sono state uccise. Ma i paesi balenieri hanno continuato ad aumentare le loro quote. Il Giappone, bestia nera dei conservazionisti, insiste nel continuare a cacciare per motivi di «ricerca». Ma si tratta di un pretesto. Toshio Kasuya dell'università di Teikyo, ha spiegato le implicazioni del programma: « Il suo costo annuale è di circa 6 miliardi di yen, più o meno 50 milioni di dollari americani. Cinque di questi sei miliardi derivano dalla vendita della carne di balena ricavata dagli esemplari cacciati. La quota rimanente deriva invece da sussidi statali e da altre fonti di finanziamento. È chiaro quindi che, senza gli introiti legati al commercio della carne, i balenieri che prendono in appalto il programma di ricerca commissionato dal Governo non potrebbero continuare ad operare». E i rappresentanti nipponici le hanno provate tutte per ottenere più voti possibili, secondo il Sunday Times persino corrompendo i delegati di paesi come la Guinea, pagando stanze d'albergo e offrendo accompagnatrici.
    Dopo lo stop ai negoziati il futuro è nebuloso. Si parla di un altro anno di «raffreddamento» per continuare a lavorare sull'accordo, ma nel frattempo le balene continueranno ad essere arpionate ed uccise, persino nel cosiddetto «santuario» dell'Antartico, luogo dove le megattere si riproducono e off-limits (in teoria) per i balenieri. Gli attivisti di Greenpeace, che avevano sperato fino all'ultimo in un accordo, sono delusi. Giorgia Monti, responsabile della campagna Mare, è chiara: «La proposta di accordo era irricevibile. Ma il blocco dei negoziati è un vero fallimento. É ora di fermare completamente la caccia alle balene. Gli stati dovevano impegnarsi nell'ottenere un risultato che andasse in questa direzione, e invece come al solito non sono riusciti a mettersi d'accordo. Intanto le balene soffrono». E il rischio, se non si risolve la questione, è che resti loro ancora poco altro tempo per soffrire. Prima di estinguersi.
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