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TERRA TERRA
13.07.2010
  • | di Marinella Correggia
    Mangimi e agrocarburanti
    La tragedia ambientale provocata dalla Bp nel Golfo del Messico è una ghiotta occasione per i produttori di agrocarburanti, che si fanno adesso pubblicità così: «Nessuna spiaggia è stata inquinata da fughe di etanolo: il nostro carburante pulito». E ultraincentivato. L'organizzazione Environmental Working Group riferisce che i contribuenti statunitensi fra il 2005 e il 2010 hanno speso ben 22 miliardi di dollari per finanziare la filiera.
    Ma, spiagge a parte, si continua a discutere se emissioni di gas serra legate alla produzione di etanolo dal mais - 200 gli impianti in 27 stati, soprattutto nella Corn Belt - siano inferiori a quelle della benzina da petrolio, e anche sul possibile aumento del prezzi alimentari legato al dirottamento a scopi energetici di buona parte della produzione cerealicola (una legge del 2007 dispone che entro il 2022 si arrivi a ricavare ben 136 miliardi di litri di etanolo). Minore attenzione invece riceve l'inquinamento e il consumo dell'acqua nei campi. Gli impianti industriali registrano centinaia di violazioni delle norme ambientali, ma è soprattutto la fase agricola a far danni. Il mais richiede fertilizzanti e pesticidi in quantità; il loro ruscellamento fino al mare dà un grande contributo alle cosiddette «zone morte» del Golfo del Messico e della Costa Atlantica. Nel 2008 è stato calcolato che l'aumento della produzione di mais per raggiungere il target di «carburanti rinnovabili» previsto dalla legge avrebbe aumentato fino al 34% l'inquinamento da composti azotati nel povero Golfo.
    E poiché gravi penurie idriche si prevedono in molti stati per gli anni a venire, gli scienziati sono preoccupati anche per la quantità di acqua necessaria alla coltivazione del mais ma anche dopo. Per sostituire il 25% della benzina con etanolo dal mais, occorrerebbero 180 galloni di acqua per gallone di etanolo prodotto dal mais, e la coltivazione del 51% di tutta la terra coltivabile statunitense. Se si producesse dalla cellulosa, i galloni d'acqua per gallone prodotto sarebbero 146 e la superficie occupata sarebbe pari al 36%.
    Ma non finisce qui. Perché la parte più interessante dell'industria dell'etanolo è attualmente il suo sottoprodotto, il Ddgs (Distillers Dried Grains and Solubles). Venduto come mangime (per quasi ogni tipo di animali, pesci compresi), è dunque il trait d'union fra l'industria degli agrocarburanti e quella degli allevamenti intensivi. Non è dunque vero che la prima privi la seconda di mais a basso costo. Anzi, i due settori si tengono su a vicenda.
    Gli allevamenti statunitensi usano molto Ddgs, e lo scenario ideale è in effetti quando un impianto di produzione di etanolo può essere affiancato da numerose stalle. Ma non possono assorbire che una parte della produzione e così lo Us Grain Council, dipendente dal Ministero dell'Agricoltura, si vanta di «lavorare giorno e notte» per farne crescere la conoscenza all'estero. I mercati più promettenti sono l'Asia del Sud-Est, la Cina, il Messico, alcuni paesi europei e lo stesso Egitto, che rispetto alla sua popolazione è lungi dal disporre di terreno sufficiente per produrre mangimi.
    Gli Usa prevedono di avere a disposizione sempre più sottoprodotto Ddgs (del resto stanno investendo anche nell'etanolo dall'orzo). E siccome si tratta di mangimi economico, ecco che l'industria Usa dell'etanolo produce come effetto «collaterale» la crescita della zootecnia mondiale. Che a sua volta comporterà un aumento delle emissioni di gas serra, dell'inquinamento idrico, della perdita di suoli.
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