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TERRA TERRA
30.07.2010
  • | di Alessandra Potenza
    Cina, caccia al bidone
    Strade inondate, detriti trasportati alla deriva, frane che si estendono per chilometri, uomini e donne che scappano con i figli in braccio. La Cina in ginocchio. La furia della natura non ha risparmiato il colosso asiatico che continua a crescere nonostante la crisi, che continua a resistere senza abbassare la testa.
    Le alluvioni peggiori degli ultimi dieci anni hanno già causato 928 morti dall'inizio del 2010 e lasciato 447 dispersi.
    Ora, una nuova minaccia si abbatte sul paese più popoloso del mondo: la dispersione di 3000 barili pieni di sostanze chimiche tossiche nel fiume Songhua, nella provincia nord-orientale di Jilin. Un pericolo ambientale causato dalle inondazioni stesse: è stata la violenza delle acque a trascinare i barili dai magazzini di due fabbriche chimiche della città di Jilin nel fiume, il maggior affluente del Heilongjiang, che scorre fra la Russia e la Cina.
    Le foto mostrano tanti barili blu che galleggiando su distese d'acqua grigia ricoperta di pezzi di legno e plastica: in tutto 7mila barili, di cui 4mila vuoti, 2500 pieni di trimethylsilyl chloride (una sostanza tossica altamente infiammabile) e 500 pieni di esametil disilazane (tossico ma non infiammabile). Finora, le squadre di soccorso sono riuscite a recuperare 400 barili, ma gli altri continuano il loro lento scorrere verso la foce del Songhua, dove i vigili del fuoco sono appostati per domare eventuali incendi.
    Il fiume è l'unica fonte di acqua potabile delle provincie di Jilin e Heilongjiang: per questo, con la scusa di «problemi tecnici», le autorità hanno sospeso la fornitura d'acqua a 4,5 milioni di residenti a Jilin. Scene da film catastrofico si sono verificate nella città e a Harbin, dove i barili potrebbe arrivare oggi se non vengono fermati prima: presi dal panico, migliaia di persone hanno preso d'assalto i negozi e i supermercati, comprando quante più bottiglie d'acqua minerale riuscissero a prendere ed esaurendo le scorte.
    Le autorità hanno comunque rassicurato la popolazione sull'integrità delle acque: diversi test chimici sono stati finora effettuati e il portavoce del ministero dell'ambiente, Tao Detian, ha annunciato che nessun componente chimico è stato trovato. E giovedì mattina, le forniture d'acqua sono state riaperte. Tuttavia, l'agenzia stampa Xinhua ha affermato che «una piccola quantità» di agenti inquinanti prodotti dalle fabbriche chimiche sono stati ritrovati a Jilin nel fiume Songhua e che un giornalista ha riportato la presenza di uno strano odore (sia il trimethylsilyl chloride che l'esamentil disilazane sono infatti incolore, ma hanno un odore molto forte).
    La dispersione dei barili, e la possibile fuoriuscita di sostanze tossiche, è l'ennesimo incidente che ogni mese, in Cina, deteriora la qualità delle acque. Un rapporto del ministero dell'ambiente uscito in questi giorni ha ammesso la «grave situazione» che il paese sta affrontando nella lotta all'inquinamento: dall'inizio del 2010, si è verificata una media di 10 incidenti al mese che hanno inquinato atmosfera e corsi d'acqua. E più di un terzo dei fiumi e laghi della Cina sono troppo contaminati per essere potabili.
    Una situazione così catastrofica gioca a sfavore di una paese che è in pieno boom industriale. D'altronde, in occidente, sono serviti secoli perché le politiche interne intraprendessero una «svolta verde», ma ancora oggi gli sforzi sono minimi e la riduzione dell'inquinamento una parvenza di realtà. Speriamo che la Cina sia più veloce di noi anche in questo.
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