mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
21.08.2010
-
| di Marina Forti
Il petrolio è per sempre
Non è vero: la «marea nera» del Golfo del Messico non è quasi scomparsa. Ricordate? Un rapporto dell'ente oceanografico del governo degli Stati uniti all'inizio di agosto aveva suggerito una valutazione molto ottimista: la National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa) sosteneva che i tre quarti (il 74%) del petrolio fuoriuscito dal pozzo Macondo della Bp dopo l'esplosione della piattaforma DeepWater Horizon erano ormai dissolti, in parte catturati direttamente alla bocca del pozzo, in parte bruciati, dissolti chimicamente o biodegradato, o dissolti in microscopiche goccioline. Il messaggio era chiaro: la marea nera non è più un problema.
Falso. Diversi studi scientifici circolati negli ultimi giorni contraddicono il rapporto governativo. Certo, da quando il pozzo è stato chiuso un mese fa la situazione in superficie è migliorata e tutto il problema sembra quello di raccogliere il catrame arrivato sulle coste. Ma studi confermano la presenza massiccia di petrolio in almeno due grandi macchie (in inglese «plumes», pennacchi) sotto la superfice del mare; dicono che si stanno biodegradando ma con grande lentezza, e rischiano di minacciare la vita marina per mesi o anni a venire.
L'ultimo di questi studi è stato pubblicato ieri su «Science», uno tra i più autorevoli giornali scientifici. L'articolo riferisce del lavoro di un gruppo di oceanografi della Wood Hole Oceanographic Institution, in Massachussetts, sulla base dei dati raccolti con la nave da ricerca Endeavor tra il 19 e il 23 giugno scorso (oltre 57mila analisi chimiche, campioni raccolti con strumenti sofisticati tra cui un veicolo sottomarino telecomandato...). Ebbene: per prima cosa, questo studio guidato da Richard Camilli conferma l'esistenza di un «pennacchio» sottomarino (per molto tempo Bp ha negato...). La macchia si trovava al momento dello studio attorno a 1.100 metri di profondità, è spessa circa 200 metri, estesa per oltre 30 chilometri a sud-ovest del pozzo Macondo, ampia più di un miglio (1,6 chilometri). E conteneva oltre 50 microgrammi per litro (circa 0,05 parti per milione) di un gruppo di composti del petrolio particolarmente tossici, tra cui benzene (il dato è compatibile con altri studi che parlano di 1 o 2 parti per milione di petrolio in totale nelle macchie nere studiate, nota Science). La cosa importante è che, secondo le osservazioni fatte finora, questo «pennacchio» di petrolio sottomarino si sta dissipando con estrema lentezza: per questo i ricercatori sono convinti che persisterà per parecchi mesi - anche perché a quella profondità l'acqua è fredda e i batteri «lavorano» lentamente. Il lato buono della notizia è che i batteri stanno lavorando, dice Camilli: significa che non hanno esaurito l'ossigeno nell'acqua (la mancanza di ossigeno sarebbe la fine della vita acquatica).
Altri scienziati in questi giorni hanno contestato l'ottimismo governativo circa la «marea nera». L'osservazione più allarmante è quella annunciata dall'oceanografo Peter Hollander e colleghi, della University of South Florida: per la prima volta hanno osservato che le microgocce di petrolio di un altro «pennacchio» (quello di nordest) si stanno sedimentando sul fondale, oltre a restare sospese nella «colonna d'acqua». Come ha dichiarato un altro oceanografo dell'Università della Florida, Ian MacDonald, giovedì al Congresso: «L'imprint di idrocarburi dello sversamento della Bp sarà riconoscibile nell'ambiente marino, temo, per il resto della mia vita».
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