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TERRA TERRA
02.09.2010
  • | di Marina Forti
    Le cause del diluvio
    Il cambiamento del clima, certo. Ma non è questa la sola causa delle inondazioni che hanno devastato il Pakistan nel mese di agosto, ucciso 1.600 persone secondo il conto ufficiale, lasciato 6 milioni di senza tetto, coinvolto nella rovina un totale di 17 milioni di persone che hanno dovuto sfollare temporaneamente, o perso lavoro, raccolti e campi. Il disastro è stato scatenato ha un'ondata di piogge torrenziali di eccezionale violenza, e i meteorologi non hanno dubbi nel ricollegarla al generale riscaldamento del clima. In particolare il riscaldamento sull'oceano Indiano ha probabilmente aumentato l'evaporazione, quindi gonfiato le nuvole monsoniche che poi si sono abbattute sul subcontinente indiano. Del resto, da tempo tutti gli scienziati del clima ripetono che il cambiamento climatico farà aumentare la frequenza e intensità di «fenomeni meteorologici estremi» come uragani, ondate di caldo o freddo, siccità. Quest'estate è stata una conferma, con il monsone super in Pakistan e il caldo mai visto nella Russia europea.
    L'effetto delle grandi piogge però è stato aggravato da un insieme di altri fattori, che vanno dalla deforestazione rampante alla cattiva gestione del territorio e dei sistemi di irrigazione. Guardiamo meglio. Le inondazioni sono cominciate alla fine di luglio nel nord del paese, nel Khyber-Pakhtunkhwa (è la provincia che i britannici chiamarono Frontiera di nord-ovest, di recente rinominata), regione di pendici alpine e ampie vallate attorno a fiumi che poi finiscono nell'Indo. Ebbene, quelle pendici alpine oggi sono per lo più brulle. Gli alberi sono stati tagliati prima per il consumo locale poi per alimentare un business di portata nazionale. Il taglio è illegale, ma non è raro vedere sulle strade che scendono dal passo di Khyber o dalla valle del Malakand grandi camion carichi di tronchi. La Sarhad Awami Forestry Ittehad (Sami), un'organizzazione per la protezione delle foreste nella provincia, stima ad esempio che oltre il 70% dei boschi nella valle di Malakand, a nord di Peshawar, siano stati tagliati da una «mafia del legname» che ha ottime entrature e ampia impunità. Nella valle di Swat, che negli ultimi due anni è stata «conquistata» da milizie di taleban pakistani prima di essere ripresa dall'esercito nazionale, sembra che i ribelli avessero preso anche il controllo del taglio illegale.
    La deforestazione, insieme all'eccesso di sfruttamento dei pascoli, sono di sicuro concause delle inondazioni: infatti le pendici montane brulle cedono e franano facilmente senza le radici degli alberi a rafforzarle, il terreno resta esposto all'erosione del vento e della pioggia, la terra non assorbe più l'acqua in eccesso. Diversi esperti discutono anche del sistema di canali per irrigazione, opere idrauliche che spesso risalgono al 18esimo secolo, che tendono a riempirsi di sedimenti se non dragate di frequente. E che hanno incoraggiato la popolazione a costruire case fin sulla riva dei fiumi, cosa che in passato non si faceva. Sui media pakistani in questi giorni si discute su certe dighe, esistenti o in progetto, che provocano annose recriminazioni tra le diverse province. Ironia della sorte: fino a due mesi fa il governo del Sindh (provincia meridionale) accusava quello del Punjab (a monte) di volergli «rubare» acqua con una nuova diga progettata sull'Indo. Ora si torna a discutere: dighe e laghi artificiali aiuterebbero a trattenere l'acqua quando è troppa, per rilasciarla in tempo di siccità?
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