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TERRA TERRA
10.09.2010
  • | di Marinella Correggia
    Fra biopirateria e traffici
    Il caso del cactus sudafricano Hoodia è purtroppo ben poco strano. Utilizzato tradizionalmente dal popolo San del deserto del Kalahari per sopprimere l'appetito - non certo per timore di ingrassare ma piuttosto per non aver nulla da mettere sotto i denti - è stato utilizzato dalla multinazionale farmaceutica Pfizer come base di un farmaco per il controllo del peso. Dopo anni di lotte i San hanno ottenuto il diritto a ricevere royalties sulle vendite: però ben poco, lo 0,003 per cento degli incassi, come informa il rapporto «Pirating African Heritage» del centro sudafricano African Centre for Biosafety (Acb). Il rapporto riferisce anche di nuovi casi in Etiopia e Madagascar; per non dire dei virus individuati nel sangue della popolazione Baka in Camerun, anch'essi minacciati di brevetto.
    A quasi 18 anni dalla nascita della Cbd-Convenzione sulla biodiversità (al Vertice sulla Terra, Rio de Janeiro), non è affatto guarita la piaga della biopirateria, il «furto di risorse genetiche» ovvero la pratica delle multinazionali di assicurarsi lucrosi monopoli privati grazie a brevetti su geni, piante e saperi tradizionali a essi collegati. I brevetti riguardano ingredienti e processi di produzione. Solo in pochi casi sono stati raggiunti accordi di ripartizione con le comunità detentrici di risorse genetiche e della conoscenza su come usarle.
    In ottobre si terrà in Giappone la Decima Conferenza delle parti della Cbd. In agenda la discussione su un nuovo regime internazionale relativo all'accesso alle risorse genetiche e alla ripartizione dei benefici. Molti paesi detentori di elevata biodiversità e molte organizzazioni chiederanno che le nuove regole comprendano i saperi tradizionali. Si devono poter obbligare le compagnie ad accordi di ripartizione dei benefici con le comunità. In effetti la Convenzione sulla biodiversità ha fra gli altri l'obiettivo di assicurare una ripartizione equa dei benefici derivanti dall'uso delle risorse genetiche ed è stata firmata da 192 stati e ratificata da molti. Il problema è che finora la ripartizione della ricchezza è richiesta solo per le risorse genetiche raccolte dopo l'entrata in vigore. Ma sono 200 anni - colonie e postcolonie - che il Nord estrae al Sud questa ricchezza naturale. Molte risorse si trovano già tempo già nelle banche dei geni del Nord.
    Inoltre i paesi industrializzati si oppongono al riconoscimento dei saperi tradizionali.
    L'Africa è un terreno di scontro emblematico e là le comunità e i popoli indigeni hanno davvero pochi meccanismi istituzionali per proteggersi.
    Non c'è un sistema per monitorare la biopirateria. Si ha il polso circa i casi particolari, ma non dell'intero fenomeno. Il danno economico è incommensurabile.
    Alla vigilia dell'incontro in Giappone, l'organizzazione Defenders of Wildlife denuncia un altro tipo di attacco alla biodiversità: il traffico internazionale di piante e animali. Fra gli animali più minacciati vi sono gli anfibi, grandi indicatori della qualità degli ecosistemi (e della loro perdita o inquinamento). C'è un boom del commercio internazionale di anfibi e loro parti per i seguenti obiettivi: come animali «da compagnia», come basi per la medicina e la ricerca. Ma soprattutto come cibo. Le zampe di rana sono apprezzate soprattutto in Cina, Francia e Usa. I dati per quest'ultimo paese si riferiscono al 1998-2002: 4.000 tonnellate di (leggerissime) zampette. Quante centinaia di milioni di anfibi sterminati così? Quanti altri morti in viaggio?
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