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TERRA TERRA
16.09.2010
  • | di Marinella Correggia
    Asparagi, fiori e acqua
    Alicia e la sua famiglia vivono nel villaggio Callejón de los Espinos, nella valle peruviana di Ica. La loro casa riceve acqua per un'ora tre volte la settimana. In termini di litri, sono 10 al giorno per persona, per tutti gli usi: cinque volte meno di quanto sarebbe necessario secondo l'Organizzazione mondiale della sanità. Fino a qualche anno fa andava meglio: due ore quattro volte la settimana. Il terremoto del 2007 ha fatto la sua parte, peggiorando ulteriormente le infrastrutture idriche. Ma la pressione dell'acqua si era già ridotta prima, succhiata dall'agricoltura per l'export.
    Come mai? Gli asparagi dal Perù fanno il paio con fiori e fagiolini dal Kenya, carne dal Botswana, e via dicendo. Lo spreco di energia legato a questi lunghissimi percorsi non è l'unico problema. Incorporate in questi alimenti fuori stagione, o in merci inutili come i fiori recisi, i paesi occidentali importano ingentissime quantità di acqua «virtuale»: quella che è stata necessaria per coltivarli. Paesi grondanti acqua - si pensi alla Gran Bretagna - la rubano a quelli che regolarmente sperimentano crescenti situazioni di siccità; un altro modo di rendere più difficile la produzione locale per l'autoconsumo. La scarsità idrica sembra destinata a crescere con la crisi climatica, l'aumento demografico, il cambiamento dei modelli alimentari, il rapido inurbamento e l'inquinamento di fiumi e laghi.
    I due terzi dell'acqua consumata dai sessanta milioni di cittadini britannici arriva «embedded», incorporata negli alimenti provenienti d'oltremare. Come scriveva un rapporto della Royal Academy of Engineering, un britannico medio usa ogni anno circa 3.000 litri di acqua importata.
    Torniamo al Perù. La valle di Ica è un'enorme asparagiaia da esportazione, 100 chilometri quadrati di questi ortaggi biancoverdi che, secondo la denuncia di un rapporto dell'organizzazione umanitaria Progressio, riportato dal quotidiano Guardian, succhiano così tanta acqua che i piccoli coltivatori locali e le loro famiglie trovano i pozzi inariditi e perfino l'approvvigionamento nella principale cittadina della valle è in crisi. Ica è in effetti un'area desertica nelle Ande. Come succede allora che esporti asparagi? Questa coltura è stata sviluppata negli ultimi dieci anni ma richiede un'irrigazione continua con acqua di falda, i cui livelli sono dunque precipitati a partire dal 2002. In alcuni luoghi la falda si è abbassata di 8 metri all'anno, uno dei ritmi più veloci al mondo. Il Perù è ora il primo esportatore di asparagi, il 95% dei quali vengono da Ica, per un incasso di 450 milioni di dollari all'anno.
    L'espansione della frontiera agricola nella regione è stata resa possibile da un investimento costosissimo da parte della Banca mondiale a partire dagli anni 1990. Certo, sono stati creati 10mila posti di lavoro in un'area molto povera. Ma in aprile quando un funzionario della Banca mondiale è arrivato in zona per indagare sulle lamentele circa la scarsità idrica, gli hanno sparato.
    Il conflitto per l'acqua è in corso. Non solo perché gli agroesportatori, arrivati con esenzioni fiscali e aiuti pubblici, hanno iniziato a comprare terre e pozzi, esaurendone diversi, ma anche perché adesso i prezzi dell'acqua per l'irrigazione sono cresciuti in modo insostenibile per i piccoli coltivatori. Allo stato attuale anche il business dell'asparago è in crisi da iperestrazione, devono scavare sempre di più o allungare i canali.
    Lo scioglimento dei ghiacciai peruviani dai quali dipendono i corsi d'acqua della regione Ica farà il resto.
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