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TERRA TERRA
09.10.2010
  • | di Elena Gerebizza
    La Banca del petrolio
    Il parco nazionale di Bahuaja Sonene si trova nel sud est dell'Amazzonia peruviana: un paradiso in terra dove vivono centinaia di varietà di piante, mammiferi, rettili, insetti, pesci, uccelli tra cui diverse specie in pericolo di estinzione e alcune specie endemiche del Perù, come due specie di pappagalli e almeno 28 specie di farfalle. Al suo interno, l'area di Candamo è quella con la più alta biodiversità, e nei prossimi mesi potrebbe essere minacciata da un nuovo progetto di estrazione di gas naturale intrapreso dalla compagnia anglo-olandese Shell. Un'opera a cui sono contrarie le comunità locali e le organizzazioni della società civile peruviana che da anni si oppongono all'espansione del progetto Camisea, avviato nel 2008 con il sostegno della Banca Mondiale e di diverse agenzie di credito all'esportazione, tra cui l'italiana Sace. Proprio causa la fase due di Camisea, nota come Peru Lng, il gas peruviano che prima bastava al fabbisogno interno del paese sarà destinato all'esportazione. Oltre due terzi dell'Amazzonia peruviana è stata assegnata in concessioni per l'esplorazione di nuovo gas che asseconderà i bisogni del mercato mondiale attraverso l'impianto di liquefazione in costruzione.
    Il problema è stato sollevato in questi giorni a Washington durante gli incontri annuali della Banca Mondiale e del Fondo Monetario internazionale da una delegazione di diverse organizzazioni del Sud del mondo, che hanno incontrato i direttori esecutivi della Banca Mondiale per proporre uno sviluppo energetico alternativo al modello incentrato sui combustibili fossili - modello questo che non ha saputo garantire l'accesso all'energia ai poveri del pianeta, e che se spinto all'eccesso rischia di causare danni ambientali inestimabili in zone tra le più incontaminate del pianeta, come Candamo.
    Secondo uno studio pubblicato alla vigilia del meeting dall'organizzazione statunitense Oil Change International, nessuno dei progetti estrattivi finanziati dalla Banca Mondiale negli ultimi due anni ha avuto come obiettivo prioritario quello di garantire l'accesso all'energia. Eppure è proprio questa la motivazione addotta dai banchieri di Washington per giustificare il continuo sostegno a petrolio, carbone e gas. Nel 2009 e 2010 gli investmenti in questi combustibili fossili avrebbe superato del 225% gli investimenti in progetti energetici mirati a garantire accesso all'energia ai più poveri: dato che sembra confermato dalle stesse valutazioni interne della Banca e che aggiungono interrogativi a quelli sollevati a più riprese dall'organismo di valutazione indipendente dell'istituzione, l'Ieg. Curioso: secondo un rapporto del Ieg consegnato in questi giorni ai direttori esecutivi della Banca, non è possibile stabilire se l'istituzione raggiunge o meno gli obiettivi che si prefigge, causa assenza di dati. Impossibile quindi dire se il sostegno al settore privato, sempre più favorito dalla presidenza di Robert Zoellick, funziona o meno per la lotta alla povertà. Nessuno può valutarne gli impatti, perché i dati necessari, incredibile ma vero, non sono disponibili. E neppure dati che riguardano i prestiti concessi dalla stessa istituzione tramite intermediari finanziari, che contano oramai oltre il 40% dei prestiti concessi dalla Banca al settore privato, a volte destinati a compagnie registrate in paradisi fiscali e che investono in progetti di estrazione di idrocarburi. Una scatola cinese di investimenti disegnata dalla Banca Mondiale, ancora una volta al servizio di profitti privati - alla faccia della lotta alla povertà o della sostenibilità climatica e ambientale del pianeta. 
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