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TERRA TERRA
16.10.2010
  • | di Marinella Correggia
    Voce a chi nutre il mondo
    È ancora il mestiere più affollato, la produzione di cibo: vi si dedica quasi la metà della popolazione mondiale. Ma come, gli agricoltori non stavano scomparendo? No. Secondo la statistica dell'Etc Group, un miliardo e mezzo di agricoltori (full-time o part-time) su 380 milioni di aziende agricole si intrecciano con 800 milioni di persone che coltivano spazi urbani, 410 milioni di raccoglitori-cacciatori nelle foreste e savane, 190 milioni di pastori e 100 milioni di pescatori.
    Questa immensa folla produce almeno il 70 % del cibo consumato dalla popolazione mondiale, mentre solo il 30% viene dalla catena agroindustriale. E' quanto leggiamo in «Sustainable Peasant and Family Farm Agriculture Can Feed the World», l'ultimo rapporto di La Via Campesina, il «movimento internazionale di contadini, piccoli e medi produttori, senza terra, donne rurali, popoli indigeni, gioventù contadina e lavoratori della terra» (così si definisce) composto da 150 organizzazioni associate in 70 paesi di tutti i continenti esclusa l'Australia. Il rapporto fa il caso del Brasile: malgrado la presunta efficienza produttiva del suo agrobusiness nazionale e multinazionale, e la concentrazione della terra in latifondi, è la piccola agricoltura contadina e familiare a sfamare il paese, producendo sul 24% della terra coltivabile l'87% dei raccolti consumati a livello nazionale - mentre «l'agrobusiness ha una vocazione all'export: è più probabile che produca per i bovini europei o per le automobili di mezzo mondo che non per un bambino affamato».
    Non c'è futuro per l'umanità e cibo per il miliardo di affamati nel metodo di produzione multinazionale e su grande scala che pure è quello dominante, mentre l'agroecologia praticata e sostenuta da La Via Campesina ha più capacità di recupero rispetto al cambiamento climatico (e anzi, contribuisce a «rinfrescarlo», spiega un altro rapporto del movimento), e «potrebbe sfamare il mondo anche domani e anche di più, ma solo se le politiche pubbliche saranno amiche anziché nemiche o indifferenti, se realizzeranno vere riforme agrarie, se convertiranno all'agroecologia e alla partecipazione i servizi di divulgazione agricola, se applicheranno politiche di sovranità alimentare, se sosterranno per legge le sementi contadine, se favoriranno la commercializzazione diretta, se metteranno al bando Ogm e pesticidi tossici, se freneranno il fenomeno del "land grabbing", il furto multinazionale delle terre».
    Fino a pochi mesi fa Via Campesina poteva avanzare proposte e rivendicazioni solo al di fuori dei meccanismi decisionali internazionali. L'ha fatto per quasi quindici anni, dalla sua nascita. Ma ora ha uno strumento in più grazie all'avvenuta riforma del Comitato per la sicurezza alimentare (Cfs), l'organismo decisionale intergovernativo in materia di politiche agroalimentari istituito presso la Fao. Il Cfs si è aperto alla società civile internazionale la quale ha assunto funzioni consultive nel processo decisionale, tramite i suoi rappresentanti - tra cui Via campesina. Che si è già fatta sentire nell'ultima sessione del Cfs, costringendo i governi (molti dei quali comunque hanno appoggiato in modo convinto l'apertura del Cfs) a un braccio di ferro, un vero negoziato proprio in materia di investimenti in agricoltura. Il resto seguirà; si promette battaglia sulla strategia globale, sulle speculazioni...
    «Gli agricoltori hanno più voce» si rallegra il coordinatore internazionale di Via campesina, l'indonesiano Henry Saragih. In effetti è un buon modo di celebrare, oggi, la trentesima Giornata mondiale per l'alimentazione. ...
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