mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
20.10.2010
-
| di Marina Forti
La corsa all'oro di Zamfara
I bambini continuano ad ammalarsi, almeno 400 sono morti negli ultimi 6 mesi, eppure le famiglie fanno di tutto per nascondere la cosa. E' una situazione tragica quella descritta dagli operatori delle Nazioni unite e di Médecins sans Frontières in una remota zona della Nigeria settentrionale. Si tratta dello stato di Zamfara, nella regione saheliana: è uno dei più poveri del paese benché molto ricco di risorse minerarie, oro, rame, ferro e altro che le autorità statali (e quelle federali) stanno cercando di mettere a frutto convogliando investimenti in nuove miniere. Intanto però sono alle prese con le conseguenze di una sorta di «corsa all'oro» artigianale che nell'ultimo anno ha coinvolto la popolazione di alcuni villaggi in una zona piuttosto isolata. Estrarre oro in modo articianale è un lavoraccio: faticoso (si tratta di spaccare pietre e setacciare sabbia) e potenzialmente tossico, perché per separare l'oro dalla roccia si usano di solito amalgame di mercurio. Ma è più redditizio che coltivare, in quelle terre semiaride.
In quella zona però oltre all'oro ci sono anche grandi concentrazioni di piombo. In breve: in marzo le autorità sanitarie vengono a sapere che nella zona in questione è cominciata una strana «epidemia» in cui adulti e soprattutto bambini accusano dolori addominali, vomito, nausea, convulsioni. In breve diventa chiaro che non è una «malattia» ma un avvelenamento collettivo da piombo, e il governo chiede assistenza all'Organizzazione mondiale della sanità e al Centre for Disease Control and Prevention di Atlanta (vedi terraterra del 5 giugno).
Allora comincia una duplice operazione, per curare i bambini - sono soprattutto loro a soffrire le conseguenze dell'avvelenamento - e per bonificare i siti contaminati. Ma non è così semplice, e non tanto per problemi logistici (si tratta di una zona distante da strade asfaltate). Gli operatori sanitari si trovano di fronte a un altro problema: le famiglie sono reticenti ad ammettere quando qualcuno sta male. Il motivo è che il governo ha vietato l'attività mineraria «in proprio», e la popolazione teme di dover ammettere che la corsa all'oro artigianale continua. La gente dice che i minerali non c'emntrano, «attribuiscono le morti a spiriti o malocchio o altro», riferisce El-Shafi'i Muhammad Ahmad, il coordinatore di Msf nella regione, al bollettino Irin News (pubblicato dall'Ufficio Onu per gli affari umanitari). Msf sta collaborando con le autorità in un programma di assistenza medica, mentre TerraGraphics, una ong statunitense, ha avuto l'incarico di bonificare i villagi contaminati: ma è vano, dicono, se nel frattempo la popolazione continua a scavare tra quelle pietre piene di piombo. Per evadere il divieto infatti molti abitanti si portano il materiale da setacciare nel cortile di casa, così che la parte più tossica del lavoro viene fatta proprio dove la popolazione abita. Del resto, nota irin news, ci vogliono circa due ore per estrarre un grammo d'oro, che poi il cercatore vende per l'equivalente di 23 dollari - mentre ci vogliono quattro mesi per far crescere 50 chili di miglio, che fruttano 40 dollari.
Finché due organizzazioni dell'Onu (Ocha e Unep) hanno chiesto alle autorità di desistere dal vietare l'attività mineraria in proprio: meglio fare un grande sforzo per coinvolgere i villaggi nella bonifica, spiegare quali sono i rischi, aiutare i cercatori a organizzare il lavoro lontano da casa, con indumenti protettivi e maschere.
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