mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
28.10.2010
-
| di Marinella Correggia
Proiezioni in rosso
Danimarca dei contrasti. Il paese delle biciclette si impegna a diventare uno dei primi al mondo libero dall'uso dei combustibili fossili. Ma dovrà fare i conti con l'enorme entità dei suoi allevamenti di maiali. Come spiegava giorni fa il Copenaghen Post citando l'ultimo «Living planet report» del Wwf, la nazione scandinava è ben terza su 130 in termini di peso pro capite sull'ambiente...la precedono solo Qatar e Emirati, mentre la seguono Belgio e i soliti Usa. Colpevoli l'agricoltura o meglio l'allevamento.
L'analisi dei modelli agroalimentari riserva del resto sorprese. È istruttivo leggere i comunicati delle organizzazioni della zootecnia industriale, raccolte dal bollettino di informazione «Hippo world» dedicato all'analisi dei modelli alimentari imperanti o emergenti. Ad esempio si comprende che sono in parte superate le pluridecennali rappresentazioni del tipo «Nord che compra dal Sud affamato i mangimi per nutrire le proprie stalle». Non che questo non sia ancora vero; lo è per l'Europa, non per gli Usa che sono invece esportatori di cereali da mangime. Ma nuovi attori, nuovi venditori e acquirenti si stanno affermando.
Ad esempio: chi compra il 50% della soia prodotta al mondo? La Cina, per i suoi allevamenti. E quale mercato deve ringraziare la Abiove (associazione brasiliana delle industrie di oli vegetali) che ha visto crescere l'export di soia di oltre il 6% nei mesi scorsi rispetto all'anno precedente? Il mercato cinese, ormai arrivato a 50 milioni di tonnellate di acquisti all'anno, perché ha sempre più bisogno di materie prime per i mangimi destinati a produrre carne, latte, uova e pesci. E la «vegetariana» India (che sta conoscendo un boom di esportazioni di gamberetti verso gli usa «grazie» alla Bp e alla tragedia del Golfo del Messico)? Secondo l'ultima edizione dell'India Agribusiness Report, si prevedono entro il 2013-2014 aumenti del 41% nel consumo di pollame e del 29% di carne bovina (il bufalo non è sacro nemmeno per gli indù e comunque molti sono gli indiani musulmani - che hanno solo il tabù del maiale - o cristiani - che di tabù non ne hanno proprio). Un altro mito da sfatare è che il pollo sia la carne dei poveri mentre non appena il reddito aumenta la preferenza fa a carne di maiale e bovina. In effetti è proprio quest'ultima la più gettonata di tutte le carni (il 44% del volume totale dei consumi), eppure la maggioranza degli abitanti del pianeta ricca non è. Le preferenze culturali (non solo quelle religiose) contano molto e così la questione logistica: in Messico ad esempio il pollo è molto mangiato, malgrado un reddito pro capite non certo bassissimo, perché è più facilmente disponibile in loco, in quanto la carne fresca non è il prodotto più pratico da trasportare.
Comunque, a conti fatti il consumo mondiale di carne che era pari a 44 milioni di tonnellate nel 1950 è salito nel 2009 a 280 milioni di tonnellate. E in uno studio pubblicato in «Proceedings of the national academy of sciences», due ricercatori della canadese Dalhousie University hanno trovato che, a stare ai trend di produzione e consumo annunciati dalle istituzioni internazionali come la Fao, nel 2050 il solo settore degli allevamenti (dal campo alla tavola, quindi dalla produzione di mangimi fino al trasporto con collegata refrigerazione) potrebbe rilasciare in atmosfera abbastanza carbonio da superare, anche da solo, i livelli «di sicurezza» quanto a riscaldamento del clima e cioè i poco mitici due gradi di aumento. Un allarme simile era stato lanciato settimane prima da un gruppo di 100 scienziati olandesi.
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