domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
17.11.2010
-
| di Paola Desai
L'imbroglio del cotone
Tra un paio di giorni la Commissione europea presenterà la sua proposta di riforma della «politica agricola comune», il sistema di sovvenzioni che regge l'intera produzione agricola e alimentare dell'Unione: possiamo scommettere su settimane di accanite discussioni su quote, rimborsi, agevolazioni, incentivi a piantare questo o estirpare quello. Ciò di cui meno si parla però è l'effetto perverso delle sovvenzioni agricole europee sui paesi «in via di sviluppo» le cui economie si basano sull'export di derrate agricole. Il cotone è un esempio. La fibra tessile non è tra le colture agricole più rilevanti qui ma un po' se ne coltiva, in Spagna e Grecia: anche perché l'Unione europea versa ai propri coltivatori di cotone l'equivalente di 2,51 dollari per ogni libbra (poco meno di mezzo chilo) di prodotto, che è più del prezzo del cotone sul mercato mondiale - con un tale bonus è ovvio che coltivare cotone è redditizio. Africa occidentale, Benin, Burkina Faso, Chad e Mali sono detti «i quattro del cotone», o C4, perché questa è la loro maggiore derrata da esportazione. È il cotone meno caro al mondo, con costi di produzione molto bassi, anche perché i circa 10 milioni di coltivatori nei quattro paesi se la passano piuttosto male, il reddito del cotone permette a malapena di coprire il costo della vita e non tutti riescono a mandare i bambini a scuola. Il cotone non permette ai coltivatori dell'Africa occidentale di uscire dalla povertà, e il principale motivo sono proprio i sussidi che l'Unione europea - come anche gli Stati uniti - garantisce ai propri agricoltori. È un meccanismo perverso descritto dalla Fairtrade Foundation (una fondazione britannica per il «commercio equo») in uno studio diffuso lunedì: dove sostiene che i soldi distribuiti dai paesi ricchi ai propri agricoltori tengono artificialmente su la produzione e distorcono i prezzi, creando un ostacolo insormontabile per il cotone africano. Lo studio «The great cotton stitch-up» (www.fairtrade.org.uk) sottolinea l'assurdità. L'Unione regala circa un miliardo di dollari l'anno ai suoi centomila coltivatori. Lo stesso vale per gli Stati uniti, che hanno sovvenzionato con circa 24 miliardi di dollari negli ultimi nove anni le circa 3.500 aziende produttrici di cotone (con 340mila addetti) degli stati meridionali nel bacino del Mississippi. In totale, dal 2001 al 2009 incluso, Unione europea e Stati uniti insieme hanno versato poco meno di 32 miliardi di dollari ai rispettivi coltivatori di cotone (con Cina e India il totale sale a 47 miliardi), leggiamo nel rapporto.
Il 2001 è preso a data di riferimento perché quell'anno in Qatar era cominciato un round di negoziati mondiali sul commercio (il Doha Round) che dichiaratamente puntava a eliminare le distorsioni (barriere tariffarie, sovvenzioni e altro) che impedivano ai paesi più poveri l'accesso ai mercati dei paesi ricchi. Il caso dei «C4» del cotone era citato ad esempio. Ebbene: non è successo nulla, Usa e Unione europea continuano a sovvenzionare i propri produttori. Ma questa barriera di sussidi si traduce in un danno tangibile e quantificabile per i produttori africani: Fairtrade cita il Segretario di stato britannnico al commercio, Vince Cable, secondo cui i C4 hanno perdono in totale 250 milioni di dollari ogni anno a causa dell'effetto dumping dei sussidi europei e statunitensi. Con il suo rapporto, Fairtrade lancia dunque una campagna: chiediamo alla Commissione europea di abolire le sovvenzioni sul cotone.
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