domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
25.11.2010
-
| di Marina Zenobio
Derrate colombiane
Era il 16 ottobre quando in Colombia, dipartimento Atlantico, il mercantile cipriota Tilbury - con un carico di 25.026 tonnellate di cereali importanti per il mercato interno (soprattutto sorgo e mais per un valore 8 milioni di dollari)- si è arenato all'imbocco del delta del Rio Magdalena, mentre tentava di risalirlo per raggiungere il porto fluviale di Barranquilla, a ventidue chilometri dalla costa atlantica. I numerosi tentativi per liberare dalla melma il Tilbury hanno avuto successo solo il 2 novembre quando, tirato via da una piccola flotta di rimorchiatori, ha potuto continuare la navigazione fluviale verso l'entroterra. Ancora non sono ben chiare le cause che hanno provocato il fuori rotta del mercantile che, secondo i rapporti della autorità marittime, navigava in meteorologiche eccellenti, senza vento né onde. Soltanto che il Tilbury è omologato per un trasporto massimo di 23.000 tonnellate di merci, contro le oltre 25 mila trasportate.
Purtroppo, dopo 18 giorni di sosta forzata, buona parte dei cereali rimasti chiuso nella stiva del Tilbury è andata a male, come testimoniato in una intervista al quotidiano La Libertad dal responsabile del porto di Barranquilla, capitano Juan Carlos Rosa, che ha ispezionato il cargo dopo il suo attracco.
Una notizia che, secondo quanto riportato da Norman Alarcón Rodas sul sito del Polo democratico alternativo colombiano, deve far riflettere su due aspetti. Il primo ha a che vedere con il tema della sicurezza alimentare dei circa 44 milioni di colombiani. Il secondo aspetto riguarda gli enormi costi statali per il mantenimento della giusta profondità del canale, al fine di permettere l'ingresso delle navi mercantili e la navigabilità fino ai moli dei numerosi porti sulle rive del Magdalena. Alarcón Rodas ricorda che la Fao ha definito chiaramente il concetto strategico di «sicurezza alimentare» quale capacità di una nazione di produrre, avere a disposizione, e quindi garantire l'alimentazione di base per la popolazione. In questo senso la Colombia è stata autosufficiente fino al 1990, ma la politica di libero commercio attuata da allora ha obbligato il paese a sempre più crescenti importazioni, sia di prodotti agropecuari che industriali.
Quando arrivò alla presidenza della repubblica Uribe Vélez, la Colombia già stava importando circa 4 milioni e mezzo di tonnellate in derrate alimentari, salite a 8 milioni nel 2008, con un significativo processo di sostituzione del lavoro nazionale con lavoro straniero, e conseguente aumento della povertà e frammentazione sociale. Una politica che Alarcón Rodas definisce «suicida» perché ormai la Colombia si avvicina ad importare 10 milioni di tonnellate di alimenti, di cui 3 milioni e mezzo di mais, parte del quale era stivato sulla Tilbury. «E' la conseguenza dei Trattati di libero commercio sottoscritti in passato da Uribe - denuncia Rodas - di una politica economica che, pur se contraria agli interessi nazionali, è portata avanti anche dall'erede di Uribe», l'attuale presidente colombiano Juan Manuel Santos. Eppure cominciano ad essere molte le voci che in Colombia chiedono una riforma radicale delle politiche economiche che stanno portando il paese alla debacle. Una di queste prevede un forte impegno per arrivare a produrre sul territorio nazionale tutti, o quasi tutti, gli alimenti necessari al fabbisogno interno. E alla Colombia non mancano certo la terra, l'acqua e la manodopera necessaria a produrre quanto serve al paese per essere autosufficiente, ed esportare le eccedenze.
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