domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
02.12.2010
-
| di Marina Forti
La «bomba» animale
Questa sì che è una «bomba demografica»: la popolazione è aumentata oltre il 20% in cinque anni. Non parliamo di esseri umani però, ma di mucche, buoi, maiali, polli allevati in batterie industriali negli Stati uniti d'America per diventare cibo per la popolazione umana. Il dato è contenuto in una interessante (impressionante) «mappa degli allevamenti industriali», pubblicata ieri l'altro da Food & Water Watch, gruppo per il monitoraggio della produzione di cibo e di acqua potabile negli Usa. La mappa (www.factoryfarmmap.org) si basa sull'analisi dei dati raccolti dal Dipartimento (ministero) all'agricoltura del governo federale di Washington e si riferisce strettamente agli allevamenti industriali, «factory farms»: per intendersi, i grandi allevamenti che si sono andati affermando nel mondo industrializzato nel corso del ventesimo secolo, e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, per aumentare il prodotto (animali, e quindi carne macellata) riducendo spazi e costi di produzione. Un'industria gigantesca: si pensi che negli Stati uniti erano censiti al 1 luglio di quest'anno 100,8 milioni di bovini (dato del Dipartimento all'agricoltura), l'1% meno dell'anno prima, e ne sono stati macellati circa 40 milioni in un anno. Ma torniamo alla «mappa» degli allevamenti industriali (qui l'analisi dei dati si ferma al 2007). Dal punto di vista geografico, la diffusione dei grandi allevamenti riguarda tutti gli Stati uniti, anche se un rapido sguardo alla mappa conferma la concentrazione smisurata negli stati del Midwest.
La popolazione animale aumenta: del 20% in generale ma quasi raddoppia quella di mucche da latte. Con la diffusione dell'allevamento intensivo è aumentata la concentrazione industriale (oggi solo 4 grandi compagnie producono l'81% dei manzi, il 73% degli ovini, il 57% dei maiali e metà dei polli prodotti negli Usa). Non solo: la «mappa» mostra che nonostante il numero degli allevamenti sia diminuito nei cinque anni tra il 2002 e il 2007, i grandi allevamenti diventano sempre più grandi; le dimensioni dell'allevamento medio sono aumentate del 9%. Nel 2007 un allevamento per la produzione di latte teneva in media 1.500 mucche, l'allevamento medio di manzi da macello si aggira sulle 3.800 bestie. Le dimensioni degli allevamenti di maiali sono aumentate ancora di più (del 42% su un decennio), e sono più che raddoppiate quelle degli allevamenti di polli in batteria: nel 2007 in media un allevamento teneva 614mila polli.
Il motivo della concentrazione è ovvio, ridurre i costi di produzione con economie di scala. Ma così aumentano a dismisura i costi ecologici, quasi mai inclusi nel computo strettamente economico: infatti più aumenta la densità di bestiame in spazi ridotti più cresce l'uso di antibiotici e pesticidi per mitigare la diffusione di malattie tra le bestie, oltre che per stimolarne la crescita, e queste overdosi di antibiotici creano problemi considerevoli sulla salute umana; inoltre gli allevamenti producono reflui considerati una delle maggiori fonti di inquinamento delle falde e dei corsi d'acqua negli Usa.
Il gruppo Food & Water Watch si allarma: l'impatto di questi giganteschi allevamenti è tenuto sotto silenzio. La «mappa», dice, ha proprio lo scopo di permettere a chiunque di trovare rapidamente dati per regione, stato e contea degli Stati uniti, e «accendere dei riflettori sulle mega-aziende che devono rispondere del danno che stanno portando alla nostra salute, all'ambiente e alle economie rurali».
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