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TERRA TERRA
14.12.2010
  • | di Paolo Periati
    Povertà, al femminile
    Quasi 350 milioni di persone negli ultimi 30 anni sono uscite da una situazione di estrema povertà. È quanto risulta dal rapporto sulla povertà nelle aree rurali elaborato dal Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad), presentato a Londra la scorsa settimana. Il Rural Poverty Report 2011 traccia un bilancio delle politiche agricole attuate nei paesi in via di sviluppo di Africa, Asia e America Latina e tenta di indicare le linee guida per il futuro. Secondo l'agenzia dell'Onu, «il 70% dei cronicamente poveri - in gran parte bambini e adolescenti - vive in zone rurali con meno di 1,25 dollari (quasi 1 euro) al giorno». L'Ifad elenca, tra i principali fattori causa di povertà rurale, la volatilità del prezzo dei prodotti alimentari e i mercati poco competitivi, il basso livello di investimenti e i servizi finanziari inadeguati, politiche inappropriate e infrastrutture fragili, i cambiamenti climatici e il deterioramento delle risorse naturali. Per aumentare la produzione di cibo, suggerisce l'Ifad, una soluzione sarebbe educare i contadini sui rischi di gestione dei terreni e sulla diversificazione delle colture, puntando sull'agricoltura intensiva e, dove possibile, su una convivenza con allevamento e attività extra-agricole. Fa l'esempio dell'Africa, dove il reddito del 64% della popolazione è legato all'agricoltura e la produzione potrebbe incrementare: ma l'assenza di investimenti, lo scarso uso di fertilizzanti o di nuove tecnologie per l'irrigazione, l'esaurimento dei terreni, hanno piuttosto favorito la deforestazione, come nelle regioni sub-sahariane.
    Kananyo Nwanze, presidente Ifad, ha posto particolare enfasi sul ruolo delle donne nelle società economiche agricole, dato che compongono il 60-70% delle comunità rurali. «Le donne - ha affermato Nwanze - dovrebbero avere accesso ai servizi finanziari e ai diritti sulle terre, agli strumenti, le risorse, l'istruzione e le competenze necessarie per dare vita a sistemi agricoli sostenibili». Senonché, le disuguaglianze di genere insite nelle norme, nelle istituzioni e nella consuetudine costituiscono un ostacolo insormontabile, dato che molte società rurali privilegiano i maschi per quanto riguarda i diritti sulla terra e tendono a marginalizzare le donne, bloccandone capacità e potenzialità. Inoltre, queste hanno meno possibilità di accedere ai servizi finanziari, alle cure e all'istruzione primaria. Le politiche pubbliche tendono a non considerare il loro ruolo, a dispetto del contributo che danno all'economia rurale. In molti casi sono le uniche responsabili per la produzione del cibo consumato dai nuclei familiari e portano sulle spalle la responsabilità dell'assistenza socio-sanitaria. Lavorano nelle fattorie, nei campi, svolgono attività extra-agricole, ma le ore di lavoro sono più lunghe, includono un considerevole numero di lavori di fatica non retribuiti, e tendono a guadagnare meno degli uomini.
    Per ridurre le diseguaglianze, sostiene l'Ifad, bisogna lavorare a partire dalle istituzioni sociali: e cita i casi della Tunisia, con la riforma dei codici familiari che regolano matrimoni ed eredità, e di Cina e Mozambico, che hanno promosso leggi d'uguaglianza per i diritti sulla terra. E però a livello locale le norme di genere faticano ad attecchire perché ai cambiamenti delle politiche vanno accompagnati uno sforzo individuale e collettivo sul territorio, riconoscendo alle donne il loro ruolo di responsabilità economica, rendendole consapevoli dei diritti individuali e di cittadinanza, coinvolgendole in ambito decisionale e sviluppando le loro competenze organizzative.
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