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TERRA TERRA
16.12.2010
  • | di Marina Forti
    Crisi? Non per le miniere
    Chi ha parlato di crisi? La domanda di materie prime è in pieno boom, come comferma l'apertura di prima pagina del Financial Times di ieri. Sotto il titolo «Boom globale della spesa per le risorse», il giornale finanziario londinese riferisce che «la spesa globale nell'industria mineraria supererà l'anno prossimo i livelli pre-crisi, secondo una stima comune tra gli industriali».
    In particolare, secondo un'indagine tra alti dirigenti e consulenti dell'industria mineraria, nel 2011 gli investimenti globali nell'estrazione di minerali sono avviati a toccare un record di 115-120 miliardi, cioè a superare il picco toccato nel 2008 (con 110 miliardi). Questa crescita è guidata da aziende come la brasiliana Vale, la anglo-australiana Rio Tinto e la svizzera Xstrata, «che vogliono cogliere l'occasione offerta da un boom generazionale nella domanda e nei prezzi delle materie prime». Il boom nella spesa di capitali però è più generale, riguarda risorse che includono petrolio, gas naturale e agroindustria, leggiamo ancora. Nell'energia, le maggiori compagnie mondiali dei settori petrolio e gas investiranno quasi 100 miliardi di dollari l'anno prossimo, il 12% più del 2010. La seconda azienda petrolifera degli Stati uniti, Chevron, per fare un esempio ha appena messo in budget 26 miliardi per investimenti l'anno prossimo, il 20% più di quest'anno. Il Financial Times cita un commento di Tom Albanese, capo esecutivo di Rio Tinto: l'industria mineraria si sta muovendo per dare una «risposta di crescita» al boom sia della domanda che dei prezzi, e parla di «grande ottimismo nel settore» (Rio Tinto è una delle più grandi multinazionali al mondo, anche se il nome è poco noto al grande pubblico perché non produce beni di consumo). Nota il giornale finanziario: questo è un segnale della «crescente fiducia in una ripresa economica trainata dalla Cina e altri mercati in rapida crescita».
    Si potrebbe dire allora: mecché crisi, non è successo niente. Prendiamo uno degli ultimi studi del WorldWatch Institute, il noto istituto di ricerca ambientale di Washington: l'uso globale di materiali (sia non rinovabili, come metalli e minerali, sia rinnovabili come la produzione agricola), base delle economie moderne, era in piena espansione negli anni che precedono la crisi: nel 2007 era salito globalmente del 2,7%, ed era il quinto anno consecutivo di crescita (il WorldWatch precisa di non aver incluso tra i materiali i combustibili fossili, cioè petrolio, gas e carbone, nel suo calcolo). Il 2007, anno prima della crisi, è anche l'ultimo per cui si abbiano dati globali. Ma dai dati del Financial Times si capisce che il trend di crescita è ripreso.
    L'uso di materiali - materie prime minerarie, combustibili, derrate agricole e forestali - è un indicatore dell'attività economica, quindi della crescita. ma è anche un indicatore dell'impatto ambientale, com'è ovvio: maggiore il tonnellaggio di risorse naturali estratte, lavorate, trasportate, consumate - e infine trasformate in reflui, scarti, spazzatura - e maggiore l'impatto in termini ambientali: per esaurimento di risorse non rinnovabili, consumo di energia, inquinamento, emissione di gas di serra che alterano il clima. Pensavamo che la crisi finanziaria e poi delle economie più generali avrebbe spinto economico mondiale a riformarsi e scegliere direzioni di sviluppo più sostenibili, orientale a energia rinnovabili, bassa intensità di carbonio e balle simili? Macchè. Ferro, rame, zinco, carbone, petrolio, gas, coltivazioni intensive, è questo che fa brillare gli occhi all'economia mondiale.
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