mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
24.12.2010
-
| di Marina Forti
Gli stati uniti indigeni
L'annuncio è passato inosservato, ma è una svolta politica e simbolica: con un discorso solenne rivolto ai «leader tribali» della nazione, il presidente Barack Obama ha annunciato che gli Stati uniti danno il proprio riconoscimento alla «Dichiarazione delle Nazioni unite sui diritti dei popoli indigeni». Si tratta del documento che afferma i diritti umani delle popolazioni native: l'Assemblea generale dell'Onu l'aveva approvato nel 2007, dopo decenni di negoziati, con 144 voti a favore e solo 4 contrari: uno era appunto quello di Washington. Ora gli Usa sono l'ultimo di quei quattro contrari a rovesciare la propria posizione (gli altri tre sono l'Australia, la Nuova Zelanda e il Canada).
«Le aspirazioni \ - incluso il rispetto per le istituzioni e le ricche culture dei popoli nativi - sono le aspirazioni che dobbiamo cercare di realizzare», ha detto Obama nel suo discorso, aggiungendo però che «ciò che conta più di tutte le dichiarazioni sono azioni che corrispondano a quelle parole». E su questo si può stare certi che i popoli nativi statunitensi continueranno a far sentire la propria voce.
Infatti l'annuncio è stato accolto con dichiarazioni molto soddisfatte negli Stati uniti: dalla American Civil Liberties Union a organizzazioni per i diritti dei nativi, americani e non (il Indian Law Resource center, il Native American Rights Fund, il International Indian Law Treaty council), fino a una rete per la giustizia ambientale come l'International Forum on Globalisation. O i giuristi ambientalisti del Center for International Environmental Law: in un commento messo in rete affermano che riconoscere finalmente la Dichiarazione dell'Onu costituisce un «passo decisivo» verso un riconoscimento di «giustizia per i popoli indigeni in tutto il mondo». E' un passo che «riflette il globale riconoscimento dei popoli indigeni come parte permanente della comunità mondiale e dei paesi in cui vivono».
La Dichiarazione dell'Onu non è un documento legale e vincolante, ma rappresenta una piattaforma di norme internazionalmente riconosciute che gli stati sono politicamente impegnati a applicare. La Dichiarazione sui popoli indigeni definisce diritti individuali e collettivi come quello a mantenere una propria identità culturale; diritti sociali come l'accesso a istruzione, salute, lavoro, lingua. E il diritto all'autodeterminazione: intesa come determinare liberamente il proprio status politico, e perseguire il proprio sviluppo economico, sociale e culturale, diritto a mantenere istituzioni politiche, legali, economiche, sociali e culturali, pur mantenendo il diritto a partecipare pienamente alla cita politica, economina, sociale e culturale dello stato.
Dal punto di vista dei sostenitori dei diritti dei popoli indigeni, l'adesione degli Usa rafforza uno strumento legale internazionale importante da usare delle battaglie per il risarcimento (politico e materiale) di violenze passate e di ingiustizie storiche oltre che di discriminazioni presenti, la violenza contro le donne native, le riforme agrarie, i diritti su terra e acqua, o anche molti aspetti della protezione ambientale (si pensi alla protezione delle foreste e della biodiversità, che riguardano direttamente gli abitanti della foresta, cioè spesso popoli nativi). Da un punto di vista politico e simbolico, la Dichiarazione Onu spinge a ridefinire questioni globali come l'idea di sviluppo, o la convivenza civile in nazioni multinazionali - con tutte le trappole del caso: compreso il rischio di «fissare» nel tempo culture e tradizioni, per natura soggette a evolvere.
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