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TERRA TERRA
11.01.2011
  • | di Paolo Periati
    La Cina colonizza il petrolio
    Se Cristoforo Colombo giungesse oggi nel Nuovo Mondo forse penserebbe di essere davvero in terra di Cina. Nel 2010 le compagnie petrolifere cinesi hanno investito più di 13 miliardi di dollari per espandere la propria presenza in America Latina. Una penetrazione a suon di accordi commerciali e industriali per aggiudicarsi petrolio e gas naturale, che fa tremare l'egemonia americana nel «cortile di casa». Le compagnie statali cinesi operano in Venezuela, Brasile, Argentina, Ecuador, Perù, Colombia, Cile, Bolivia e sembra così lontano il 1993, quando una sussidiaria della China National Petroleum (Cnpc) si aggiudicò i diritti per l'estrazione nel campo di Talara, sulla costa nord del Perù: la prima acquisizione energetica cinese nel continente. Oggi Cnpc, con la sussidiaria Petrochina, è impegnata in più di 90 progetti oltremare, tra cui pipeline per importare petrolio e gas naturale e abbassare nel prossimo futuro i costi di spedizione. Il rapporto con il Venezuela in particolare vive il suo miglior momento da quando il presidente Hugo Chavez è alla guida del paese. Alla base di tutto c'è la join venture del 2007 tra Cnpc e Petroleos de Venezuela, consolidata all'inizio dello scorso mese di dicembre con le tre principali aziende cinesi del settore energetico che hanno preso parte al piano d'investimenti da 40 miliardi di dollari, con scadenza 2016, stabilito da accordi congiunti. Il paese latinoamericano, già diventato il primo fornitore di petrolio grezzo e raffinato e il terzo di idrocarburi, aumenterà ulteriormente l'export giornaliero verso la Cina.
    Nello stesso periodo, la Shanghai Petrochemical (Sinopec) ha rilevato per 2,45 miliardi di dollari le concessioni petrolifere nelle province argentine di Santa Cruz, Mendoza e Chubut di proprietà dell'americana Occidental Petroleum. Sinopec in autunno aveva già acquisito il 40% delle unità della controllata brasiliana della compagnia spagnola Repsol (con un accordo da 7,1 miliardi di dollari) aggiudicandosi lo sfruttamento di riserve offshore in Brasile. La Cnooc (Chinese National Offshore Oil), ha messo piede in Sud America nel marzo 2010 rilevando metà della Bridas, storica holding dell'energia di Buenos Aires, per 3,1 miliardi di dollari - e si era già aggiudicata una grossa fetta dell'argentina Pan American Energy, sborsando più di 7 miliardi di dollari per alcune quote di partecipazione di proprietà Bp. Infine, la ditta petrolchimica commerciale Sinochem nel 2010 ha partecipato al banchetto con 3 miliardi di dollari, rilevando dalla norvegese Statoil Asa il 40% dei giacimenti offshore nel grande Bacino di Campos al largo Rio de Janeiro, in Brasile.
    Le aziende occidentali sono disposte a cedere risorse in America Latina per almeno due motivi: le imposte elevate e le leggi per la tutela dell'ambiente. L'exploit cinese invece è protetto dal pieno appoggio delle agenzie di sostegno al credito dello stato, con China Development Bank (Cbd) e la Export and Import Bank of China (Eib). La Cina nel 2010 ha speso in totale 38,8 miliardi di dollari a livello globale per tutelare la propria sicurezza energetica, mantenere la crescita economica del paese e andare incontro al boom della domanda interna d'energia. Un altro punto a favore di Pechino negli accordi con i paesi sudamericani è il sostegno allo sviluppo locale con prestiti finanziari ai governi, costruzione di infrastrutture e investimenti in diversi settori industriali. Fattostà che la «colonizzazione energetica cinese dell'America Latina» viaggia a pieno ritmo.
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