mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
28.01.2011
-
| di Marinella Correggia
Le alghe? Meglio mangiarle
Negli ultimi giorni l'organizzazione Rainforest Rescue ha invitato a votare, come multinazionale più dannosa, la compagnia finlandese Neste Oil che sta diventando la principale acquirente di olio di palma, avendo sviluppato una tecnologia che consentirebbe di usare una percentuale ben più alta di questo agrocarburante nelle automobili e anche di convertirlo in kerosene da jet; un accordo è già stato concluso con Lufhtansa e Finnair, compagnie desiderose di verniciarsi di verde visto il pesante contributo del settore aereo al riscaldamento climatico.
L'olio di palma però non è affatto verde: le sempre più estese piantagioni sono responsabili, soprattutto in Indonesia e Malaysia, della distruzione su vasta scala di foreste e torbiere.
In particolare l'olio di palma lavorato dalla Neste Oil proviene dalla Ioi Corporation, una delle compagnie che stanno dietro i piani di conversione di un altro milione di ettari di foresta a Sarawak, nel Borneo. (Per votare contro Neste Oil: http://www.publiceye.ch/en/vote/neste-oil/)
Allora, andranno meglio le alghe, un altro "miracoloso" possibile sostituto dei combustibili fossili? C' chi dice di no, ci informa il "New York Times": uno studio della Rand Corporation (centro di ricerca globale basato a Santa Monica, nato 60 anni fa per offrire consigli al governo statunitense sulle questioni militari) suggerisce che...il Dipartimento della Difesa Usa sta sprecando il proprio tempo quanto agli studi su combustibili alternativi, soprattutto quelli derivati dalle alghe. Lo stadio è ancora quello dello studio e lo rimarrà a lungo. Se la megamacchina militare del Pentagono crede di farsi pubblicità ecologista (!) in questo modo, sbaglia, secondo la Rand.
Tutti i corpi militari statunitensi, Us Army, Mavy, Marine Corps e Air Force - che insieme consumano 340.000 barili di combustibili fossili al giorno - hanno avviato programmi per ridurre la dipendenza dai fossili nei sistemi tattici di arma come aerei, navi da combattimento, veicoli di terra ed equipaggiamento di supporto. La scorsa estate la Navy ha ricevuto, per provarli e testarli, 20.000 galloni di "nafta di alghe" da parte della compagnia Solazime.
Ma il rapporto della Rand sostiene più in generale che la maggior parte delle tecnologie relative ai carburanti "alternativi" non sono provate, sono troppo costose o troppo lontane dalla fase commerciale per poter soddisfare le necessità del settore militare nei prossimi dieci anni. In particolare, troppi soldi e troppo tempo sono spesi per lo studio delle alghe come della pianta camelina, e poca attenzione all'efficienza energetica come strategia per combattere le emissioni di gas serra. (Ovviamente nessun cenno alla necessità di ridimensionamento del complesso militar-industriale...). Se poi proprio bisogna puntare sui combustibili alternativi, allora il preferito della Rand è il mix fra carbone e biomasse, insieme a metodi per catturare le emissioni di carbonio rilasciate durante la fase produttiva.
Come reazione al rapporto Rand, le aziende che puntano su alghe e compagnia sostengono invece che proprio il settore militare con il suo importante potere d'acquisto potrebbe aiutare lo sviluppo dei combustibili "rinnovabili" nella stessa sfera civile.
Invece nessun settore, militare o civile, appoggia la diffusione delle alghe di acqua dolce o salata a uso alimentare. Un impiego certamente sostenibile e in certi luoghi anche tradizione millenaria. Ne deriverebbero proteine e nutrienti ben più amici del clima e dell'ambiente rispetto alle fonti animali.
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