domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
29.01.2011
-
| di Marinella Correggia
Quale rivoluzione verde?
Ostacolati da troppi nemici - cambiamenti climatici, degrado delle risorse, scarsità di acqua e terre arabili, mancanza di sostegno pubblico - i piccoli coltivatori africani continuano a emigrare verso le città. Là trovano ben poche opportunità ad accoglierli. Molti diventano più poveri. Parallelamente cresce la dipendenza dell'Africa dalle importazioni alimentari.
Eppure in Africa come nell'Asia del Sud la gran parte dei raccolti agricoli sono tuttora realizzati dall'agricoltura su piccola scala, quella che fa (soprav)vivere due miliardi di donne, uomini, bambini. E che produce fino all'80% del cibo consumato localmente. Questo afferma il rapporto 2011 sulla povertà rurale realizzato dall'Ifad (Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo) dell'Onu. Il quale indica le misure pubbliche necessarie ad agevolare il ruolo fondamentale dei piccoli agricoltori: il supporto per l'accesso ai fattori di produzione e quello per interventi agroecologici, il sostegno a livello di comunità, il miglioramento dei servizi finanziari, lo sviluppo di saperi e conoscenze che facilitino la resilienza agli shock esterni, l'investimento in programmi di protezione sociale, il cambiamento delle relazioni di potere all'interno della catena alimentare (oggi nettamente squilibrate in favore degli attori successivi), il miglioramento delle opportunità di occupazione rurale extragricola (agroindustria, piccole imprese).
Gli stati hanno spesso lasciato soli i contadini. Ora però l'Africa rurale è in fermento. Il 2 ottobre 2010 è nata la Piattaforma panafricana degli agricoltori, con sede a Nairobi. Sarà l'interfaccia dell'Unità africana. Come ha spiegato giorni fa Mamadou Cissokho,presidente onorario del Roppa (una rete di organizzazioni contadine africane), invitato in Italia dall'Ong Terra nuova: «Troppo a lungo importanti decisioni come i servizi di supporto e le regolazioni di mercato sono state prese senza coinvolgerci. Non deve più accadere».
Cissokho ricorda un'altra vittoria: «La pressione delle organizzazioni di contadini e cittadini in Europa e in Africa è riuscita anche a bloccare i negoziati di partenariato Ape fra un gruppo di paesi africani e l'Ue. Non siamo contro gli Ape ma non devono rovinare la nostra agricoltura». L'Europa ha già fatto la sua parte in questo: per decenni, le enormi eccedenze agricole europee sono finite in Africa a titolo di aiuto alimentare. Proprio mentre i governi africani, complici i programmi di aggiustamento strutturale, riducevano le sovvenzioni all'agricoltura locale. I contadini non trovarono più sbocchi di mercato e si inurbarono, ma non essendoci fabbriche, si diedero a piccoli mestieri urbani. Per questo, dice Cissokho, è necessario tuttora tenere i prezzi degli alimenti bassi, in proporzione al limitatissimo potere d'acquisto. Ma i prodotti agricoli africani sono a costo reale perché privi o quasi di sovvenzioni pubbliche, e così «si è rotto il contratto di fiducia fra produttori e consumatori, essenziale per la sovranità alimentare che significa (anche): soddisfare i propri bisogni alimentari e considerare il commercio estero solo una complementarietà».
E che pensa Cissokho della «rivoluzione verde in Africa» propagandata da organismi internazionali? «Si sa che la rivoluzione verde in Asia ha creato molti problemi ambientali e sociali. La vera rivoluzione agricola non sono tanto le tecniche produttive quanto l'attenzione pubblica, il sostegno statale al settore (penso alla Pac europea, ma senza sprechi), il credito agricolo, e la disponibilità dei mercati».
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