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TERRA TERRA
05.02.2011
  • | di Marinella Correggia
    Cinobrasiliani e tante dighe
    I capitali cinesi e quelli brasiliani sono sempre più presenti nel settore energetico latinoamericano e sembrano puntare moltissimo sui complessi idroelettrici. Le tre più dighe più grandi previste in Ecuador sono costruite da compagnie della Cina, che hanno interrotto l'egemonia delle brasiliane Odenbrecht e Andrade Gutierrez. Il finanziamento da parte della cinese Import-Export Bank che copre tutti i costi ha permesso la costruzione delle dighe in un momento in cui l'Ecuador ha un accesso al credito limitato dopo che il governo ha deciso di non ripagare 4 miliardi di dollari di debito considerato «ingiusto».
    Il Brasile finanzia progetti di dighe con la sua Banca nazionale per lo sviluppo economico e sociale (Bndes). Ma il governo ecuadoriano di Rafael Correa nel 2008 espulse Oderbrecht, accusandola di frodi nella costruzione della diga idroelettrica San Francisco e chiedendo 210 milioni di dollari a titolo di compensazione. La competizione vivissima fra Cina e Brasile, entrambi paesi con un surplus di capitali e compagnie specializzate in grandi opere, crea le condizioni favorevoli allo sfruttamento totale del potenziale energetico dei grandi fiumi latinoamericani. Con quei capitali il Perú riduce la dipendenza dagli Stati Uniti e viene spartito come segue: la Cina si concentra nel settore minerario (con diverse accuse di devastazione ambientale e violazione delle norme del lavoro), il Brasile in quello dei combustibili fossili, delle infrastrutture di trasporto e delle dighe vicine alla frontiera fra i due paesi. In effetti si prevede la costruzione di cinque complessi idroelettrici nella regione amazzonica. Ma, ci riferisce un articolo di «Tierramérica», il gruppo ambientalista Pro Naturaleza sostiene che gli unici a beneficiarne sarebbero gli interessi brasiliani; il paese andino può produrre già abbastanza energia per soddisfare l'attuale domanda di elettricità e può aumentare il potenziale ricorrendo a energie più sostenibili che non danneggino la giungla. Ma l'accordo energetico stipulato fra Brasile e Perú firmato nel giugno 2010 per le cinque dighe prevederebbe la vendita dei surplus ai brasiliani, che ne hanno bisogno. Fra dighe e linee di trasmissione elettrica potrebbero essere deforestati 1,5 milioni di ettari nell'Amazzonia peruviana. Surrealmente, un'altra diga prevista - la Ibambari, un progetto di Egasur con capitale brasiliano - dovrebbe inondare fra l'altro una superstrada interoceanica fra i porti peruviani sul Pacifico e la città di Iñapari, opera che è nuova di zecca, anzi sarà ultimata fra due mesi.
    Il Nicaragua (che non ha relazioni con la Cina) è un altro paese le cui dighe idroelettriche sono nelle mani di imprese brasiliane. C'è il progetto Brito, una diga sul fiume San Juan con la capacità di 250 megawatt, è criticato dagli ambientalisti perché dirotterebbe il flusso naturale del fiume dalla regione caraibica alla pacifica. Un'altra compagnia brasiliana, la Queiroz Galvão, ha vinto il contratto per costruire la diga Tumarín, potenziale di 220 megawatt. Nello stesso Brasile sono cresciuti gli investimenti cinesi, sia per acquisire risorse naturali non rinnovabili per soddisfare la crescente domanda in patria, sia per creare posti di lavoro fuori patria ed esportare macchinari a basso prezzo. In effetti la Cina è uno dei pochi paesi che stanno sviluppando nuove tecnologie per realizzare grandi progetti infrastrutturali, ma non riuscirà certo a penetrare questo settore in Brasile come ha fatto in Africa ed Ecuador.
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