domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
02.03.2011
-
| di Luca Manes
Com'è sporca la Banca
La Banca Mondiale non si tira indietro, quando c'è da concedere un prestito al settore estrattivo: carbone, petrolio, gas da decenni sono le fonti energetiche più finanziate dai banchieri di Washington. E per le organizzazioni della società civile non promette nulla di buono la revisione che la Banca mondiale ha avviato della sua strategia sull'energia per il 2011-2021. Per questo, davanti alle sedi della Banca a Roma, Londra, Parigi, Berlino e Madrid, e quella centrale di Washington, ieri si sono tenute azioni dimostrative per chiedere uno stop ai finanziamenti per petrolio, carbone e gas. Si pensi: la più grande istituzione multilaterale di sviluppo è ormai costantemente presente ai vertici sui cambiamenti climatici. Il suo fine è «giocare un ruolo» di rilievo, gestendo i miliardi di dollari messi a disposizione a livello globale per la cosiddetta finanza per il clima. Però finanzia il settore estrattivo, che è tra i maggiori responsabili dell'aumento delle emissioni in atmosfera che causano il surriscaldamento del Pianeta. Nel 2010 circa 6,6 miliardi di dollari sono andati a progetti per i combustibili fossili, il 116% in più rispetto all'anno precedente. Soldi destinati in gran parte alla mega centrale a carbone di Medupi, in Sudafrica, la terza più grande al mondo - e in uno dei paesi con il più alto potenziale per gli investimenti nelle energie rinnovabili: opera controversa, contro cui la società civile locale e internazionale si è mobilitata ad esempio con una serie di ricorsi legali - l'ultimo riguarda la distruzione di un fiume che scorre nei pressi del sito dell'impianto.
Finora la Banca Mondiale non ha tenuto in gran conto le critiche mosse nei suoi confronti, ad esempio dalla Extractive Industries Review del 2003, che chiedeva uno stop definitivo al sostegno al carbone e un graduale abbandono del petrolio entro il 2008. Al contrario: la Banca mantiene tra le sue priorità negli investimenti energetici il sostegno ai combustibili fossili, senza mettere tra i suoi obiettivi quello di favorire l'accesso dei poveri all'energia, e nonostante l'evidenza ultra decennale di come questi investimenti abbiano favorito la concentrazione della ricchezza nelle élite al potere, oltre che il controllo delle risorse da parte di multinazionali straniere. Inoltre, la Banca Mondiale continua a fondare il suo approccio sul sostegno di grandi progetti infrastrutturali, destinati a produrre energia che viene poi rivenduta sui mercati internazionali invece che rispondere ai bisogni energetici delle popolazioni povere dei paesi dove vengono costruiti gasdotti o oleodotti. Una modalità di operare che deve cambiare se l'obiettivo è andare verso un sistema a basse emissioni che permetta la sostenibilità del pianeta nel lungo termine.
I precedenti non sono confortanti. Si pensi al mega oleodotto Ciad-Camerun, ritenuto negli ultimi anni del secolo scorso una sorta di progetto modello e che invece, oltre a provocare estesi danni ambientali, ha favorito con i suoi proventi l'acquisto di armi da parte del governo ciadiano. O ancora la Baku-Tbilisi-Ceyhan, una pipeline che parte dall'Azerbaigian per attraversare zone ad alto rischio della Georgia e una vasta parte del territorio del Kurdistan turco, la cui realizzazione è stata subordinata ad accordi capestro a vantaggio delle multinazionali che compongono il consorzio costruttore, tra cui la Bp. La Banca imparerà le lezioni del passato? Visti i recenti sviluppi, c'è poco da essere ottimisti.
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