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TERRA TERRA
04.03.2011
  • | di Marina Forti
    A un raccolto dal caos
    Tutto dipende dal prossimo raccolto, dicono gli economisti della Fao. L'organizzazione dell'Onu per l'agricoltura e l'alimentazione ieri ha lanciato un nuovo allarme: i prezzi dei generi alimentari hanno toccato un nuovo record, per il secondo mese consecutivo. La Fao ogni mese aggiorna il suo indice globale dei prezzi alimentari («Food Price Index»), calcolato sulla base di un «paniere» composto da cereali, semi oleosi, latticini, carne e zucchero. Ebbene: in febbraio è salito a 236 punti (a gennaio era salito a 231), l'aumento più alto da quando la Fao fa questo monitoraggio (cioè dal 1990). Ciò significa che i prezzi sono saliti in febbraio del 2,2% in media rispetto a gennaio. Per la precisione, i latticini sono rincarati del 4% rispetto a gennaio, i cereali del 3,7% (a causa del maggiore uso di mais per produrre etanolo negli Stati uniti e di un aggiustamento nel bilancio tra domanda e offerta in Cina, dice la Fao), mentre la carne è rincarata del 2%. Tutto questo andrebbe tradotto in rincari su base annua. Per esempio, negli Usa il prezzo del grano è aumentato del 60% in un anno.
    La Fao sottolinea il rischio che il rincaro dei generi alimentari si traduca in penuria e proteste popolari: tutti ricordano la fiammata del 2007 - 2008, le rivolte per il pane in diversi paesi africani, del Medio oriente, asiatici. Lo spettro dei «tumulti per il cibo» terrorizza i governanti, soprattutto di questi tempi: è dalla rabbia di giovani disoccupati e famiglie che non sanno come quadrare il bilancio che è nata la protesta in Tunisia, con il «contagio» egiziano. Oltretutto, il prezzo del petrolio si sta avvicimando ai record del 2008: e il petrolio incide direttamente sul cibo sia perché l'agricoltura usa macchinari (quindi carburante), sia per il corso dei trasporti. Uno degli economisti della Fao, Abdolreza Abbassian, ieri spiegava (all'agenzia Reuter) che il prezzo delle derrate agricole non calerà presto: «Almeno fino a quando sapremo com'è il prossimo raccolto, che significa aspettare fino ad aprile, non ci aspettiamo cambiamenti - anzi ci aspettiamo più incertezza». Perché i rincari du questi mesi non sono tanto dovuti all'andamento della produzione, quanto all'incertezza: i maggiori importatori di cereali stanno facendo riserve, per garantirsi di poter rifornire i mercati interni anche in tempi di instabilità politica o incerti climatici (non sarà un caso se Glencore, la prima azienda mondiale nel commercio di derrate - possiede miniere, silos di cereali e raffinerie in tutto il mondo - ieri ha annunciato di aver chiuso il 2010 con un aumento dei profitti del 40%, e il settore agricolo è quello che è andato meglio.
    Solo un fantastico raccolto di cereali nella prossima stagione potrebbe allentare la spirale dei prezzi del cibo, insiste l'economista della Fao. Opinione consivisa da Lester Brown, il direttore del Earth Policy Institute di Washington: «Solo un cattivo raccolto separa il mondo dal caos», scriveva a gennaio. Brown però invita a guardare a una prospettiva di lungo termine. Dice che aumentare la produzione alimentare diventa sempre più difficile: primo, perché molti paesi hanno aumentato la loro produzione agricola negli ultimi decenni al prezzo di sovrastruffare le falde idriche sotterranee per irrigare i campi, ma questa «bolla agricola» ora sta scoppiando (sono in questa situazione Cina, India e Stati uniti, i tre maggiori produttori di grano). Secondo, perché in prospettiva il cambiamento del clima incide negativamente. Bisogna cercare soluzioni a lungo termine, insiste.
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