domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
08.03.2011
-
| di Marinella Correggia
La lobby del petrolio
Nel 2010 la produzione di petrolio degli Stati Uniti è salita al suo livello più alto da un decennio:7,51 milioni di barili di petrolio estratti ogni giorno. E questo, riferiva giorni fa in bella evidenza il Financial Times, grazie al crescente ricorso di tecniche estrattive «non convenzionali». Questo, insieme ai pesanti sussidi all'industria dell'etanolo (che ora copre il 7% del fabbisogno dei trasporti Usa), ha permesso di ridurre del 2% delle importazioni di petrolio, scese a 9,45 milioni di barili al ì malgrado il recupero della domanda interna. La notizia fa riflettere. E' sempre più vivace l'attività di piccole e medie compagnie petrolifere in Nord Dakota, nel Permian Basin nel Texas occidentale e nel Texas meridionale. Che significa «non convenzionali»? Un esempio è l'estrazione di riserve petrolifere dalle sabbie bituminose del Nord Dakota e delle altre regioni: non era considerata economica, ma l'ha fatta diventare tale il trasferimento di tecnologie già usate con successo per estrarre dalle rocce il gas, come il «fracking»: pompaggio di acqua e sostanze chimiche ad alta pressione per spaccare la roccia e permettere al petrolio di emergere. Certo il «fracking» è aborrito dagli ambientalisti, perché le sostanze chimiche usate possono inquinare le falde acquifere e per il notevole consumo di acqua ed energia. Tutto per bruciare sempre più petrolio, e peggiorare il caos climatico. Del resto questa insistenza sul petrolio - negli Stati uniti, e non solo - a dispetto di tutto si spiega con il potere delle lobby. L'agenzia stampa internazionale Inter Press Service ha intervistato Robert Repetto, autore del recente libro «America's Climate Problem. The Way Forward» (Earthscan). L'autore comunica un potente senso di urgenza: non c'è più tempo... I cambiamenti climatici galoppano più del previsto e pongono rischi giganteschi, primo fra tutti il feedback (retroazione) positivo, che potrebbe portare se innescato a un processo inarrestabile. Eppure i cittadini statunitensi (fra gli altri) o non capiscono o si rifiutano di farlo e non spingono sui politici affinché correggano la rotta delle economie verso la fuoriuscita dalla «triade fossile» di petrolio, gas, carbone (convenzionali e non). Repetto ripete che i petrolieri e affini investono milioni di dollari per preservare il loro mercato: con campagne di notizie fatte per seminare incertezze e dubbi presso l'opinione pubblica e coprire politicamente i politici che finanziano. Paragona le lobby del petrolio a quelle che hanno permesso alle compagnie del tabacco di nascondere i danni del fumo.
La democrazia statunitense si conferma dunque «corrotta dal denaro»: il sostegno politico può essere comprato e anche tutto sommato a buon mercato. La spesa delle compagnie per la lobby sui politici è quella che ha ritorni più alti: senatori e deputati spendono moltissimo in campagna elettorale per farsi rieleggere e sono «sensibili» agli interessi che li hanno finanziati. Per questo l'autore teme che non ci sarà una vera «legge sul clima» statunitense - un indizio significativo è che il Congresso abbia votato per l'eliminazione dei fondi all'Intergovernmental Panel on Climate Change (organismo scientifico dell'Onu per lo studio del clima).
Intanto la Cina annuncia di voler porre entro il 2015 un tetto al consumo totale di energia: a 4 miliardi di tonnellate di equivalente carbone, riducendo il contenuto di energia e gas serra per unità di prodotto interno lordo. Puntando su efficienza e rinnovabili.
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