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TERRA TERRA
10.03.2011
  • | di Marina Forti
    La carta dell'agroecologia
    La produzione alimentare potrebbe perfino raddoppiare nel giro di una decina d'anni, se il mondo investisse in agricoltura su piccola scala e adottasse i criteri della agro-ecologia, sostiene un rapporto presentato alle Nazioni unite. L'autore dello studio è Olivier De Schutter, «special rapporteur» dell'Onu sul diritto al cibo. Per sfamare tutti i 7 miliardi di abitanti del pianeta, che saranno diventati 9 miliardi nel 2050, dice, «bisogna con urgenza adottare le tecniche agricole più efficienti disponibili»: e «tutti i dati scientifici dimostrano che i metodi agroecologici sono più efficaci dell'uso dei fertilizzanti chimici nell'aumentare la produzione alimentare là dove vivono coloro che hanno fame, specialmente negli ambienti sfavorevoli». L'affermazione è meno romantica di quel che sembra. Lo studio presentato martedì alla Commissione delle Nazioni unite per i diritti umani guarda la questione dal punto di vista del fondamentale diritto umano al cibo. Per garantire questo diritto bisogna aumentare la produzione agricola, certo: serve cibo a sufficienza per tutti, e il mondo dovrà aumentare la produzione alimentare del 70% entro il 2050. Ma bisognerà anche rafforzare i piccoli agricoltori e le economie locali, perché «la fame oggi non è da attribuire alla penuria di stock alimentari, non è un fatto di produzione globale che non soddisfa la domanda, bensì un problema di povertà», leggiamo: «Solo sostenendo i piccoli produttori possiamo rompere il circolo vizioso che porta dalla povertà rurale agli slum urbani, povertà che genera povertà». Infine, per realizzare il diritto al cibo bisogna che «l'agricoltura non comprometta la sua capacità di soddisfare i bisogni futuri»: quindi salvaguardare la biodiversità, usare in modo sostenibile terra e acqua. Il cambiamento del clima, con sempre più frequenti siccità, alluvioni, piogge imprevedibili, «sta già avendo un grave impatto sulla capacità di certe regioni di nutrirsi. E sta destabilizzando i mercati». L'agricoltura convenzionale «non è più la scelta migliore», perché dipende da input costosi (fertilizzanti chimici, pesticidi), alimenta il cambiamento del clima ed è meno resistente agli shock climatici. L'agroecologia invece è una risposta, insiste De Schutter. Le esperienze fatte «mostrano un aumento medio delle rese dell'80% in 57 paesi in via di sviluppo, con un aumento medio del 116% in tutti i progetti realizzati in Africa», dice. «Progetti recenti in 20 paesi africani hanno ottenuto il raddoppio dei raccolti per ettaro in un arco di tempo tra 3 e 10 anni». Per agro-ecologia si intende una scienza e un insieme di pratiche. Si tratta di applicare la scienza ecologica all'agricoltura in modo da sviluppare sistemi sostenibili, cercando modi per mimare i processi naturali, riciclare i nutrienti organici e l'energia più che introdurre input esterni, integrare le colture e l'allevamento, diversificare le specie e le risorse genetiche. E' un metodo «a grande intensità di conoscenza», spiega, usa «tecniche sviluppate sulla base dei saperi e della sperimentazione degli agricoltori». Cita le «scuole dei campi» dei coltivatori di riso in Indonesia, Vietnam e Bangladesh, dove l'uso di insetticidi è calato tra il 35 e il 92%. O l'uso di piante che respingono gli insetti, la concimazione naturale, metodi di «raccolta dell'acqua», la ricerca di varietà ibride adattabili alle mutate condizioni climatiche. Finora però è mancato il sostegno delle politiche pubbliche: e devono essere gli stati a investire, perché «le aziende private non metteranno soldi e tempo in pratiche che non fruttano brevetti e che non aprono mercati a prodotti chimici e sementi migliorate».
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