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TERRA TERRA
24.03.2011
  • | di Paola Desai
    Nutrire il pianeta
    Nutrire il pianeta. È la questione che il Worldwatch Institute ha messo al centro del suo rapporto «State of the World 2011», l'annuale analisi sullo «Stato del mondo» (pubblicato in gennaio, l'edizione italiana è curata da Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf, e viene presentata in questi giorni). La produzione di cibo, quindi l'agricoltura, in tutte le sue implicazioni: dagli effetti del cambiamento del clima all'impatto del prezzo del carburante e degli accordi mondiali sul commercio, alle questioni di giustizia sociale. Dicono gli autori del noto istituto di ricerca ambientale: l'agricoltura «è a un punto critico». Quasi mezzo secolo dopo la Rivoluzione verde - accompagnata da polemiche, ma pur sempre il primo tentativo su larga scala per aumentare in modo sostanziale la produzione agricola - una gran parte dell'umanità è ancora cronicamente affamata. Intanto l'investimento in sviluppo agricolo da parte di governi e organismi finanziari internazionali è al suo livello storicamente più basso: dal 1980, la percentuale degli aiuti internazionali allo sviluppo dedicata all'agricoltura si è abbassata dal 16% ad appena il 4% di oggi. Per garantire la sicurezza alimentare e «combattere la povertà», aggiungono, bisogna rimettere l'accento sull'agricoltura, e sul benessere delle zone rurali. Così nell'ultimo anno ricercatori del WorldWatch hanno fatto un ampio inventario tra organizzazioni di agricoltori, organizzazioni non governative che lavorano in agricoltura, università, aziende dell'agroalimentare. Sono andati in particolare nell'Africa sub-sahariana. Segnalano le più recenti innovazioni in campo agricolo, pratiche che contribuiscano a contrastare i cambiamenti climatici. Un'istruttoria interessante, soprattutto per i casi che analizza. Il rapporto descrive 15 pratiche collaudate e sostenibili dal punto di vista ambientale, con l'esplicito intento di indicarli quali possibili modelli da replicare. Tra i casi studiati: l'associazione di circa 6.000 donne raccoglitrici di ostriche in Ghana, nata del 2007 con un piano di gestione collettiva sostenibile per la locale industria delle ostriche, che eviti la raccolta eccessiva - ostriche e pesci sono un'importante fonte di proteine a basso costo per la popolazione ma i livelli attuali di produzione hanno causato degrado ambientale negli ultimi 30 anni. Poi ci sono i famosi «orti verticali» di Kibera, Nairobi, la più grande baraccopoli in Kenya: più di 1.000 donne contadine coltivano su sacchi muniti di fori, riempiti di terra, riuscendo a sfamare le proprie famiglie e le comunità. L'agricoltura urbana è importante, sfama migliaia di abitanti delle città e fornuisce anche un piccolo reddito: tanto più che se oggi il 33% degli africani vive in città, con l'attuale ritmo di crescita e di emigrazione urbana si prevede che saranno oltre il 60% nel 2050. In tutto il mondo, circa 800 milioni di persone si occupano di agricoltura urbana, producendo il 15-20% del cibo complessivo. Ancora: progetti per conservare le varietà autoctone di bestiame. Progetti per rafforzare le pari opportunità e l'accesso delle donne alla proprietà fondiaria. O i progetti per mantenere le specie vegetali autoctone - nel rapporto si troverà una lista di ortaggi e frutti africani, alcuni poco noti, che però sono quelli che sfamano intere comunità. Una sorta di guida alla «cooperazione intelligente»: perché con la sua ricerca «nutrire il pianeta» il WorldWatch si rivolge in modo esplicito a governi, agenzie di aiuti allo sviluppo, organizzazioni internazionali dell'Onu.
    Magari fosse ascoltato.
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