mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
29.03.2011
-
| di Marina Forti
Alta tensione nel Quiché
Di nuovo il Guatemala, e di nuovo una centrale idroelettrica. Il contenzioso in questo caso oppone alcuni municipi rurali del Quichè, zona montagnosa abitata in prevalenza da popolazioni indigene al governo e all'Enel, che progetta di costruire un impianto appunto nel Quichè, località Palo Viejo. Il progetto del gruppo Enel Green Power (in collaborazione con Simest, finanziaria pubblico-privata che promuove le aziende italiane all'estero) è stato approvato dal governo guatemalteco l'anno scorso; è un investimento di 185 milioni di euro co-finanziato dalla Banca Mondiale nell'ambito del progetto «Prototype Carbon Found» per promuovere le energia rinnovabili. Che l'idroelettrico sia incluso tra le fonti di energia su cui puntare in alternativa ai combustibili fossili è oggetto di polemica, ma ora non è questo l'oggetto di contesa. E', piuttosto, la terra.
Un comunicato del «Consiglio delle giuventù maya, garifuna e xinca del Guatemala» è allarmante: «Nelle prime ore del pomeriggio del 18 marzo, 500 soldati vestiti in assetto di guerra e le forze antisommossa hanno occupato la comunità indigena maya ixil di San Felipe Chenla, municipio di Cotzal, Quiché», dice. Si tratta della comunità che dal 3 gennaio protesta appunto contro l'Enel, a colpi di blocchi stradali e simili azioni di protesta. Per costruire l'impianto infatti l'azienda italiana ha acquisito terre da un latifondista locale, Pedro Broll, proprietario di una grande tenuta chiamata Finca San Pedro. Qui però c'è un doppio problema: il primo è che il latifondista è accusato di aver incamerato quelle terre durante la guerra civile cominciata negli anni '80, e finita a metà dei '90, approfittando della situazione mentre l'esercito seminava il terrore tra i villaggi indigeni del Quiché; le comunità indigene rivendicano diritti d'uso consuetudinario su quelle terre che abitano da secoli. E poi, acquisire i terreni da un proprietario privato non esime dal consultare e trovare un accordo con le popolazioni locali, quelle che subiranno un impatto diretto dalla centrale idroelettrica - come prevedono sia la convenzione 169 dell'Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), sia le linee-guida della Banca Mondiale. L'Enel, accusa la comunità locale, ha avuto il permesso per realizzare l'impianto direttamente dal sindaco di Cotzal, José Chen, attualmente latitante, imputato di un omicidio oltre che sotto inchiesta per la gestione non trasparente dei fondi versati dall'Enel al municipio per progetti sociali. Ma l'autorizzazione di un sindaco, quand'anche non fosse latitante, non sostituisce il processo di concertazione con le comunità locali. Quanto al presunto beneficio dell'impresa, sono stati promessi 300 posti di lavoro: ma come possono compensare la perdita di terre coltivate a causa della creazione del bacino artificiale, considerato che l'83% dei ventimila abitanti della regione vivono di agricoltura di sussistenza, e sono considerati sotto la soglia di povertà.
«L'Enel Green Power e l'ambasciata italiana si rifiutano di dialogare con la comunità di San Felipe Chenla», dice il messaggio che riceviamo dal Guatemala. Il governo guatemalteco sostiene al contrario di aver avviato il dialogo (ma hanno esluso proprio coloro che si oppongono all'impianto, accusa la comunità di San Felipe Chenla). Un dialogo «addomesticato»? Un comunicato del governo giorni fa suonava minaccioso, diceva che certe organizzazioni «radicali» sono fuorilegge. Situazione delicata, da monitorare con molta attenzione.
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