domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
08.04.2011
-
| di Marinella Correggia
Bovini a Washington
In India le vacche pascolano nelle città - alla ricerca di cibo nella spazzatura. Negli Stati uniti entrano direttamente al Congress - alla ricerca di politici da indottrinare. O meglio, chi entra al Congress è la potente lobby degli allevatori raccolta sotto l'insegna della National Cattlemen's Beef Association (Ncba) che nei giorni scorsi ha approntato come ogni anno il suo programma «Beef 101», di informazione educativa per i signori deputati e il loro staff. Obiettivo dell'incontro, che ha raggranellato settanta partecipanti, «superare il gap di conoscenza sull'attuale industria bovina statunitense affinché gli eletti possano prendere decisioni fondate sulla realtà, non sulla propaganda».
L'industria della carne bovina è una potenza, con i suoi 44 miliardi di dollari di fatturato, e spesso ostenta vittimismo - come fanno in Italia gli allevatori che eccedono le famose quote latte. In particolare la Ncba tiene a precisare che ogni decisione politica che colpisca la filiera bovina, nuoce non tanto come si crede all'allevamento di larga scala ma agli allevamenti «familiari» (non per questo meno intensivi e meno onerosi per l'ambiente). Gli Usa hanno il 7 per cento della mandria mondiale di bovini (30,9 milioni di vacche e 26,7 milioni di manzi) e producono il 20 per cento della carne bovina totale. Dal 1987 a oggi circa 300mila allevatori hanno lasciato il business a causa di fattori quali la siccità, l'aumento del costo degli Input, l'età dei produttori non rimpiazzati dai figli, norme più stringenti. E la riduzione dei consumi, un terzo in meno rispetto agli anni 1970; frutto secondo la Ncba della «propaganda avversa». Propaganda dei vegetariani, o dell'industria suinicola, o di quella avicola? Le carni rosse certo non hanno buona stampa, per via del collegamento ormai noto fra il loro consumo e le malattie cardiovascolari, che ha determinato un passaggio alle carni bianche come il pollo che ora è al primo posto nei consumi. Per alcuni può avere contato anche il nesso fra allevamento bovino e riscaldamento climatico (solo i ruminanti sono grandi produttori di metano, potente gas serra). Invece il rispetto degli animali non è un grande fattore in questo passaggio alla carne bianca: dopotutto così si uccidono molti più animali, e allevati peggio. Insomma chi prende in considerazione gli animali non passa al pollo ma ai vegetali.
In realtà secondo una ricerca approfondita, l'aumento del consumo di carne di pollo dagli anni 1970 sembra dovuto a un fattore sociologico: sempre più donne sono andate a lavorare e ciò ha aumentato la propensione ai cibi cucinabili in fretta - e l'industria del pollame è stata bravissima a fornire alternative veloci agli hamburger.
Comunque, globalmente parlando, l'industria statunitense della carne non conosce crisi: il consumo annuo totale è sempre aumentato. Ma per immaginare il futuro trend del consumo di carne, è anche importante guardare sul lato della produzione di etanolo dal mais, come carburante. Il sotto prodotto dell'etanolo è il Ddgs (Distillers Dried Granins and Solubles) che ha due proprietà: è considerato ottimo mangime e il reddito che i distillatori ne ricavano vendendolo agli allevatori rende conveniente produrre agro carburanti. Allora: più carne si consuma, negli Usa e/o nel mondo, più Ddgs si può vendere. E in questo circuito, virtuoso solo per il business non certo per il pianeta o la salute, il principale attore in patria e all'estero (ad esempio in Cina) è lo Us Grain Council, altro gigante fra le lobby made in Usa.
fine
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