domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
28.04.2011
-
| di PAOLA DESAI
SICUREZZA ALIMENTARE, UNA PERICOLOSA GEOPOLITICA DEL CIBO
Siamo cresciuti, nel dopo-Seconda guerra mondiale, dando per scontato che sul pianeta ci sia cibo in abbondanza. Che le carestie siano cosa del passato, e se al mondo c'è la fame sia piuttosto una faccenda di redistribuzione, di accesso al cibo o al potere d'acquisto per procurarselo, di accaparramenti, speculazioni. Tutto questo non è più tanto vero. O meglio: squilibri di reddito, accaparramenti, speculazioni continuano a contare, e molto. Ma la fiammata dei prezzi nel 2007-2008, insieme a quella che comincia a vedersi in questo 2011, dicono che le equazioni della produzione alimentare mondiale stanno cambiando: tanto che «il cibo è diventato un motore nascosto della politica mondiale», leggiamo nell'ultimo numero di Foreign Policy (maggio-giugno 2001). È significativo che un'importante rivista statunitense di politica internazionale dedichi un'apertura alla «geopolitica del cibo» nel 21esimo secolo (e che affidi l'articolo portante a un economista-ambientalista quale Lester Brown, direttore dell'Earth Institute di Washington).
Secondo Brown siamo entrati in un'era dominata dalla scarsità di cibo. Il motivo è che la domanda globale di cibo aumenta in fretta, mentre è difficile aumentare la produzione. La domanda sale perché aumenta la popolazione (ogni anno circa 80 milioni di persone in più sul pianeta), e cresce una «classe media mondiale», circa 3 miliardi di persone che aspirano a «risalire la catena alimentare» consumando più carne, latte e uova (più cereali trasformati in proteine animali). Non solo: la capacità del mondo di attutire annate cattive è diminuita, gli stock sono ai minimi da mezzo secolo. Gli Stati uniti, uno dei maggiori produttori di cereali, ne convertono quantità massicce in carburante per le loro automobili: su quasi 400 milioni di tonnellate raccolti nel 2010, ne hanno trasformati 126 milioni in etanolo (seguono il Brasile e l'Unione europea, con il suo obiettivo di trarre il 10% del carburante per trasporti da fonti agricole entro il 2020). Per contro, la produzione agricola non può aumentare più di tanto per ragioni che vanno dalla penuria d'acqua dolce, all'erosione dei suoli che ha creato nuovi deserti, alle conseguenze del riscaldamento globale del clima.
Brown ci ricorda che «per ogni grado Celsius di aumento della temperatura al di sopra dell'optimum nella stagione della crescita, gli agricoltori devono aspettarsi un 10% di calo dei raccolti». Le falde acquifere sono sovrasfruttate, facendo aumentare la produzione agricola nel breve periodo, finché i pozzi si seccano e la «bolla» scoppia.
Il potere oggi è la possibilità di far crescere cibo, dice Brown. La fiammata del 2007-2008 insegna: quando i prezzi sono saliti, alcuni grandi produttori hanno bloccato l'export. Tra i paesi importatori, chi aveva più potere contrattuale ha cominciato a negoziare forniture a lungo termine. I più ricchi comprano concessioni su grandi superfici arabili: Arabia Saudita, Corea del Sud, Cina hanno preso terre in Etiopia, Sudan, Madagascar o altrove, a prezzi stracciati, per coltivare derrate che poi reimportano. È il land grab, accaparramento di terre, che suscita ovunque proteste e conflitti; secondo la Banca Mondiale coinvolge ormai 57 milioni di ettari, pari alla superficie Usa coltivata a grano e mais. Il mondo deve affrontare le questioni di fondo della sicurezza alimentare: politiche energetiche, gestione dei suoli, dell'acqua. Invece, «una pericolosa geopolitica del cibo sta emergendo. Accaparramento di terre, d'acqua, o negoziati diretti per assicurarsi i raccolti, sono diventati parte integrante di una lotta di potere globale per la sicurezza alimentare».
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