mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
04.06.2011
-
| di Marina Forti
La parola chiave è materie prime
New Delhi: nel «wine bar» di un grande hotel della capitale incontro Ashok Rao (il nome è fittizio), manager di un'impresa che costruisce oleodotti in India e Medio Oriente - impresa piccola nel suo settore, ma solida. «La parola chiave è raw materials », materie prime, risponde quando gli chiedo del conflitto strisciante nelle regioni montagnose dell'India centrale, l'insurrezione maoista diffusa in ampie aree «tribali» - le remote foreste abitate dalle popolazioni native del subcontinente indiano (gli adivasi, «abitanti originari »). E' un conflitto di fondo, riconosce l'imprenditore: l'India, economia «emergente» nel mondo globale, sta accelerando lo sviluppo di nuove miniere, acciaierie, poli industriali. Ma la mappa dei grandi giacimentiminerari coincide con quella delle foreste emontagne più remote abitate dai nativi, ed è qui che la spinta a sfruttare le risorse naturali suscita proteste e rivolte. Un nodo importante al punto che il Primo ministro indiano Manmohan Singh, parlando il mese scorso a una scuola di polizia, ha dichiarato: «Se non controlliamo il movimento maoista, dovremo dire addio all'ambizione del nostro paese di sostenere un tasso di crescita del 10 o 11% annuo». In altri termini, dice Singh, l'insurrezione armata non è solo un attentato all'ordine costituito ma anche allo sviluppo economico della nazione. Ecco il punto di vista di un imprenditore «con coscienza sociale», come si definisce il signor Rao. «Il punto sono le materie prime. Finora le grandi aziende hanno cercato di ridurre i costi in tutti i modi: sistemi computerizzati, pacchetti finanziari, ottimizzare la forza-lavoro, multitasking, esternalizzare il possibile. Ormai per reggere la concorrenza resta solo un'opzione: controllare il costo delle materie prime, inclusa l'energia. Per questo schizza la domanda di carbone, ferro, e ovviamente di acciaio. Quella regione dell'India, la mineral belt, è ricca di entrambi i minerali. Certo nel mondo delle imprese in India, come ovunque, nessuno ama granché la natura e la fauna selvatica. Bisogna rispettare le regolamentazioni ambientali, ma è cosa di facciata, lip service. La legge dice che devi ripiantare tot alberi per ogni albero tagliato? Lo fai,ma sulla carta: non è difficile convincere un babu - un funzionario pubblico - a firmare i documenti che comprovano riforestazione e quant'altro. Punto. Nessun bisogno di spendere una sola rupia per piantare stupidi alberi. Finora è andata così». «Il problema comincia quando per estrarre i minerali entri nell'habitat di qualcuno. Loro [gli adivasi] erano là. Vogliono essere lasciati in pace. Se noi arriviamo, e per cacciarli via cominciamo a trattarli da criminali, e la polizia sta con noi - beh, stai sicura che quelli prima o poi prendono il fucile. Chi sono i maoisti, se non villagers a cui non sono lasciate alternative. Insomma, questo conflitto è il risultato di uno squilibrio sociale di proporzioni gigantesche, e di grandi ingiustizie. Non sarà facile però affrontarlo. Le corporations hanno bisogno di carbone e ferro a qualunque costo. Cosa vuoi che siano un po' di tangenti, dal babu fino al ministro... No, con l'attualeministro dell'ambiente no, lui è stato capace di contenere la valanga di corruzione: bisogna riconoscerlo. «Ma torniamo al punto. Io sono un corporate citizen e penso di avere una coscienza sociale. Cosa costa a un'azienda accantonare l'1% dei profitti in un fondo di "responsabilità sociale"? Bisognerebbe stabilirlo per legge, tutte le imprese sopra a un certo fatturato devono contribuire a un fondo di responsabilità che abbia anche una voce specifica per l'ambiente. E non solo: per far convivere le proprie attività con la popolazione adivasi, cercare soluzioni negoziate con i consigli municipali dei villaggi, per conservare tradizioni, fonti di sussistenza, e insieme garantire un certo sviluppo. Ma le aziende sono abituate al vecchio metodo, spargere un po' di denaro per comprare i permessi: e vanno avanti così».
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