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TERRA TERRA
11.06.2011
  • | di Giuliano Battiston
    Voci d'acqua dall'Etiopia
    Nel 1968, Garrett Hardin pubblicava su Science un articolo sulla «tragedia dei beni collettivi». Quel testo, che ancora continua a influenzare orientamenti accademici e scelte di politiche pubbliche, si basava sull'idea che quando molti individui devono usare una risorsa scarsa in comune la tragedia sia inevitabile: «la rovina è la destinazione verso cui tutti gli uomini corrono, ciascuno perseguendo il proprio interesse, in una società che crede nella libertà delle risorse comuni». Nel corso del tempo molti studiosi hanno però dimostrato che la tesi di Hardin non regge. Tra questi, Elinor Ostrom, che nel 2009 si è aggiudicata il Nobel per l'Economia proprio grazie ai suoi saggi sui modi in cui «individui che usano collettivamente una risorsa comune possano riuscire a conseguire una efficiente forma di governo e gestione delle proprie risorse collettive».
    Gli esempi portati dall'equipe della Ostrom variano dall'organizzazione di risorse di pascolo in aree montane della Svizzera e del Giappone ai sistemi di irrigazione in Spagna e nelle isole Filippine. A questi, potremmo aggiungere il sistema di gestione dell'acqua dei Borana - una popolazione seminomade di pastori che vive in Oromia, nell'Etiopia del sud - raccontato da The Well. Voci d'acqua dall'Etiopia, documentario di Paolo Barberi e Riccardo Russo (soggetto di Mario Michelini), prodotto da «Esplorare la metropoli» e «Suttvuess» in collaborazione con l'associazione di cooperazione internazionale Lvia.
    La vita dei Borana, racconta uno dei protagonisti, «dipende dal bestiame, il bestiame dipende dall'erba, e l'erba dipende dalla pioggia»: «Se non c'è pioggia, la nostra vita è in pericolo». Nei periodi di siccità, quando la pioggia può essere solo invocata, i Borana non seguono la via dell'interesse egoistico, ma quella della cooperazione e della gestione comunitaria dei «pozzi cantanti», scavati nella roccia al tempo degli avi e gestiti secondo regole di fiducia e reciprocità. Il compito di farle rispettare spetta all'Aba Erego, il gestore che alterna l'accesso delle mandrie e delle comunità agli abbeveratoi, e che coordina il lavoro dei giovani volontari che dal fondo dei pozzi, aiutandosi con il canto, trasportano l'acqua in superficie passandosi in una catena umana secchi pieni d'acqua, con gesti ripetuti e circolari: un lavoro, dice uno dei ragazzi, «fatto per tutti, non per una sola persona, per il nostro villaggio e per quelli vicini». L'accesso all'acqua dei pozzi, infatti, è garantito a tutti, purché ne rispettino le regole d'uso, tra cui l'esclusione di ogni forma di commercio in denaro: nei pozzi «non si può pagare e non si può commerciare», perché «niente soldi per l'acqua», spiega l'Aba Erego.
    Ai 14 pozzi rimasti attivi dei 32 una volta funzionanti, recentemente ne è stato aggiunto uno a motore. Uno dei «vecchi» del villaggio sostiene che non è sufficiente, e che viene usato senza regole, se non quelle del denaro: chi ha soldi per pagare il combustile può servirsene, gli altri no. Un metodo che non funziona e che la comunità disapprova, spiega il vecchio, perché si pensa solo a se stessi e ai propri interessi, e non anche agli altri. In un periodo in cui «in tutto il mondo sono in atto interventi per un controllo privato delle risorse idriche e l'accesso all'acqua potabile non è ancora considerato un diritto fondamentale dell'uomo», recita il cartello che chiude il documentario di Barberi e Russo, «i Borana meritano una particolare attenzione per la loro straordinaria capacità di garantire un accesso generale e indiscriminato ai loro pozzi in una delle regioni più aride della terra abitata».
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