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TERRA TERRA
18.06.2011
  • | di Marina Forti
    Antibiotici che fanno molto male
    Macché cetrioli e lattughe. Le autorità sanitarie tedesche confermano che il «veicolo» della recente infezione di una nuova variante del batterio Escherichia coli sono stati alcuni legumi e germogli di semi (tra cui soia, fagioli verdi, azuki, alfalfa) - lo dicono gli ultimi aggiornamenti dell'Organizzazione mondiale della sanità, dove leggiamo anche che i nuovi casi registrati nelle ultime due settimane sono in netto calato. Individuare il «veicolo» del batterio era essenziale per contenere l'infezione - in questo senso, la crisi sembra superata (i sei bambini infettati in Francia da un altro ceppo di e-coli dopo aver mangiato hamburger sembrano «routine», benché uno di loro sia in coma).
    Resta però un problema di fondo. Il batterio e-coli individuato in Germania, che ha ucciso 39 persone e ne ha infettate circa 3.300 in una decina di paesi, non è solo «nuovo». Denominato 0104:H4 (o Stec, acronimo di «E-coli che produce la tossina Shiga») è una variante più virulenta dei batteri e-coli già noti. Ma ciò che più deve preoccupare è che è resistente ad almeno otto classi di antibiotici. E questo rimanda a un problema sanitario sempre più grave: ci imbattiamo sempre più spesso in ceppi di batteri che hanno saputo evolversi per resistere agli antibiotici a noi noti. Dal loro punto di vista (dei batteri) è una vittoria, hanno saputo adattarsi alle condizioni date e sopravvivere. Ovvio che dal nostro punto di vista di specie umana invece è un disastro: abbiamo sempre meno «armi» contro batteri e malattie che pure credevamo di aver sconfitto. Secondo l'Oms ogni anno nell'Unione europea 25mila persone muoiono per infezioni da batteri antibiotico-resistenti. Il motivo è arcinoto: il nostro uso eccessivo di antibiotici. Quelli che consumiamo direttamente, anche quando non è necessario, e soprattutto quelli dati agli animali che poi mangiamo: l'uso massiccio di antibiotici negli allevamenti è riconosciuto dall'Oms come una delle principali cause della comparsa di batteri resistenti.
    Per questo è allarmante la notizia pubblicata ieri dal quotidiano britannico The Independent: negli allevamenti del Regno unito l'uso di antibiotici è aumentato negli ultimi dieci anni. In particolare, è aumentato di otto volte l'uso sugli animali di tre classi di antibiotici considerate dall'Oms «di importanza critica nella medicina», le cefalosporine, i fluorochinoloni e i macrolidi (l'aumento è ancora più impressionante perché si tratta di quantità assolute, mentre nel frattempo la popolazione animale negli allevamenti è calata: del 27% i suini, 10% i bovini e 11% il pollame). Solo un mese fa scienziati britannici hanno individuato nel latte bovino un nuovo batterio Mrsa, ovvero Staffilococco aureo meticillino-resistente: per il momento questo viene ucciso nella pastorizzazione del latte, ma si teme che prima o poi passi agli umani, come già molti altri . In generale, è attribuito all'uso di antibiotici la comparsa negli allevamenti di ceppi di e-coli e di salmonelle resistenti.
    I dati dell'Independent si riferiscono al Regno Unito, ma danno da pensare. Gli antibiotici sono conseguenza dell'allevamento sempre più intensivo (più le bestie sono sovraffollate, più si ammalano, più tonnellate di farmaci sono aggiunte ai loro mangimi), ma è ben questo che permette agli allevatori di mantenere basso il prezzo della carne (o pesce) e restare «competitivi»: le «forze del mercato» spingono per gli antibiotici. La Gran Bretagna è l'unico caso in Europa dove le case farmaceutiche possono reclamizzare e vendere direttamente agli allevatori. Anche altrove però non si va oltre le «raccomandazioni». Solo l'uso di antibiotici come «promotori della crescita» degli animali è vietata, dal 2006, in tutta l'Unione europea. Ma solo Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia hanno limitato l'uso di antibiotico negli animali ai casi di effettiva malattia, con l'obbligo di prescrizione medica. Dobbiamo concluderne che le «forze del mercato» minacciano la salute della specie umana?
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