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TERRA TERRA
23.06.2011
  • | di Paola Desai
    La peste della spesa sanitaria
    Ottenuto un successo, epidemiologi ed esperti di salute pubblica stanno discutendo su quale nuovo obiettivo lanciare i propri sforzi. Si tratta in questo caso non della salute umana ma di quella animale: un dispaccio dell'agenzia Irin news (pubblicata dall'ufficio dell'Onu per gli affari umanitari), ci informa che dopo aver «eradicato» con successo la peste bovina, la Fao (organizzazione del'Onu per l'alimentazione e agricoltura) e la Oie (Organizzazione mondiale per la salute animale) vogliono lanciare una campagna mondiale per eliminare l'afta epizootica, malattia ricorrente tra numerosi animali (selvatici e domestici) preticamente ovunque escluso l'Antartico.
    A prima vista è un obiettivo meritorio - a guardare meglio però dovrebbe sollevare qualche problema su come sono decise le priorità (e come sono spesi i soldi) della salute pubblica.
    L'afta epizootica è sicuramente una piaga mondiale. E' altamente contagiosa, colpisce numerose specie, e può causare vere e proprie stragi tra gli animali d'allevamento, a cominciare dai bovini, con gravi conseguenze sia sul «benessere animale», sia sul commercio internazionale di bestie, carne e altri prodotti animali. «L'afta epizootica è di gran lunga la più importante malattia socio-economica del bestiame domestico al mondo. ... Può causare contrazioni drastiche della produttività dell'allevamento su scala globale», dichiara a Irin il professore di medicina veterinaria George Sapertstein, della Turf University. «Ci sono ancora oltre 100 paesi che ne soffrono, in maniera episodica o endemica», fa eco il direttore generale della Oie, Kazuaki Miyagishima. Le due organizzazioni dell'Onu dunque preparano per quest'estate una conferenza di «donatori internazionali», a cui chiederanno di impegnare fondi per questa nuova campagna di salute pubblica - la ricerca, i vaccini, gli interventi sul campo.
    Ma è proprio necessario lanciarsi in obiettivi di «eradicazione»? Tra gli esperti di economia rurale, medicina veterinaria ed epidemiologia circolano però parecchi dubbi. Tanto per cominciare esistono numerosi ceppi di afta epizooticaa, dunque non esiste un unico vaccino che protegga gli animali da tutte. Anche i vaccini esistenti vanno conservati al fresco; somministrarli in modo sistematico agli animali, in allevamento o bradi, nelle condizioni più diverse e remote, è un'impresa complicata. Inoltre la vaccinazione va ripetuta spesso, perché la protezione non dura molto.
    Per «eradicare» la peste bovina «ci sono voluti 50 anni, centinaia di milioni di dollari e uno sforzo globale, e in fondo era una malattia relativamente semplice», dichiara a Irin Andy Catley, epidemiologo e veterinario dell'InterAfrican Bureau for animal research (ufficio interafricano per la ricerca animale). Certo, «la parola eradicazione è più facile da capire per i governi», e poi l'afta epitootica è un problema economico che colpisce i paesi ricchi, che così sono più invogliati a contribuire. Ma invece di lanciare obiettivi irrealistico, sostiene Catley, meglio investire energie e fondi per mettere insieme medici, epidemiologi, esperti di economia rurale per vedere come come controllare la malattia con il coinvolgimento delle comunità, facendo appello agli allevatori e i loro saperi («ma certo, parlare di saperi tradizionali e comunità locali è troppo complicato e poco appealing da spiegare ai donatori»).
    Alcuni esperti fanno notare che la Ppr, Peste des petits ruminants - malattia acuta e molto contagiosa che colpisce soprattutto pecore e capre e si sta diffondendo in Africa - ha già un vaccino efficace. Pecore e capre però sono roba di piccoli allevatori, sono importanti nelle economie locali ma meno sul mercato globale. Così la Ppr può mandare in rovina milioni di pastori e allevatori africani - ma non vedremno una campagna mondiale per «eradicarla».
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