domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
26.08.2011
-
| di Marina Forti
L'indice delle rivolte
È sempre difficile, se non impossibile, cercare una singola causa in eventi come rivolte, sommosse, conflitti - come l'esplosione di proteste che va sotto il nome di «primavere arabe» (qualunque cosa si intenda con questa definizione): sono eventi troppo complessi, mescolano fattori strettamente politici, divisioni interne agli establishment di potere, e cause più chiaramente sociali, disoccupazione, povertà, carovita, l'insofferenza verso sistemi corrotti e autoritari, il desiderio di libertà. Premesso che tracciare legami lineari di causa ed effetto sarebbe troppo semplicistico, un gruppo di ricercatori del New England Complex Systems Institute (di Cambridge, Massachussetts) decide di correre il rischio e si chiede: «perché proprio ora» quel complesso mix di cause politiche e sociali precipita in un'ondata di rivolte? E azzarda una risposta: l'aumento dei prezzi del cibo.
Lo studio parte da una semplice constatazione: l'esplosione di proteste in nord Africa e Medio oriente nella primavera 2011, come l'ondata di proteste avvenuta nel 2008, coincidono con due picchi nel prezzo delle derrate alimentari sul mercato globale. Nel 2008 in effetti si parlò di food riots, rivolte per il cibo, perché quella era la scintilla; nelle proteste scoppiate in Tunisia e poi Egitto nel gennaio-febbbraio 2011 c'è molto di più, ma l'impoverimento generalizzato ha avuto il suo peso. Sta di fatto che la coincidenza tra il calendario delle proteste e l'andamento dei prezzi degli alimentari è perfetta (fa testo l'indice globale dei prezzi della Fao, l'organizzazione dell'Onu per l'agricoltura: il «Food Price Index» è calcolato sulla base di un «paniere» composto da cereali, semi oleosi, latticini, carne e zucchero e viene aggiornato ogni mese dal 1990). Dunque nel 2008 sono state registrate oltre 60 proteste per il cibo in tutto il mondo (in gran parte in Africa e Medio Oriente), in un momento in cui il Food Price Index della Fao superava quota 210; dopo un calo dei prezzi nel 2009, l'indice ha ricominciato a salire e nel febbraio 2011 ha toccato quota 236, il picco più alto mai segnato, per poi restare appena sotto.
Sembra un'ovvietà: e però, mettere i dati nero su bianco è sempre utile. Nel loro studio (The Food Crises and Political Instability in North Africa and the Middle East) i ricercatori Marco Lagi, Karla Bertrand e Yaneer Bar-Yam fanno notare che oggi molti paesi a basso reddito dipendono dal mercato globale delle derrate alimentari per i loro rifornimenti, e quindi sono assai sensibili alle oscillazioni dei prezzi: è chiaro che un paese dove l'approvvigionamento di cibo dipende dall'agricoltura locale è più protetto dalle oscillazioni internazionali (la «sovranità alimentare» è sicurezza). D'altra parte sappiamo che il mercato globale delle derrate è dominato da alcune regioni grandi produttrici, e da poche aziende di intermediazione. Ma torniamo ai tre ricercatori: loro notano che si tralascia di vedere che la scarsità di cibo (e acqua) è lo sfondo costante delle recenti rivolte. E ragionano: «In paesi importatori di cibo con povertà diffusa, i sistemi politici hanno un ruolo critico nel provvedere la sicurezza alimentare. Quando si rivelano incapaci di garantire questa sicurezza, la protesta scoppia», e nella primavera del 2011 è diventa una rivolta non solo «per il pane» ma più generale, politica, contro i regimi stessi.
Sarà semplicistico, ma è interessante. Secondo i questi ricercatori, c'è una soglia di prezzo degli alimentari sopra alla quale il rischio di rivolte diventa molto concreta: è livello 210 dell'indice della Fao. E concludono: «L'attuale problema dei prezzi alimentari ormai trascende le economie nazionali: è una questione globale di popolazioni vulnerabili e di ordine sociale».
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