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TERRA TERRA
12.10.2011
  • | di Marina Forti
    Un negoziato per la terra
    Ci sono cose non negoziabili, sbotta Mamadou Ba: «Che ci tolgano la terra non è negoziabile. Per i produttori, il riconoscimento giuridico del diritto alla terra è irrinunciabile». Mamadou Ba rappresenta il Conseil national de Concertation et de coopération des ruraux, un sindacato rurale del Senegal, e ieri mattina era di fronte alla sede della Fao, a Roma, insieme a numerosi rappresentanti di organizzazioni e sindacati contadini - africani, latinoamericani, asiatici e anche dell'emisfero nord, europei, canadesi. Presso l'Organizzazione dell'Onu per l'agricoltura e alimentazione è in corso questa settimana un vertice del Comitato internazionale per la sicurezza alimentare: è in gioco una direttiva («linee guida volontarie») sulla gestione e la proprietà della terra.
    Direttiva importante, perché si tratta di fermare le speculazioni internazionali - il fenomeno ormai conosciuto come land grabbing, accaparramento di terre - e rafforzare l'accesso a terra, acqua e foreste delle comunità rurali, i produttori piccoli e medi, i popoli indigeni. «In un contesto internazionale di crisi economica e di fragilità degli ecosistemi la questione della terra è centrale, ed è una questione di diritti», diceva ieri mattina Luca Colombo, del Comitato italiano per la sovranità alimentare (Cisa), tra le aiuole di fronte alla Fao.
    Già, il contesto. Nel suo annuale rapporto sullo fame nel mondo, diffuso lunedì, la Fao afferma che l'instabilità dei prezzi (con rincari improvvisi) è destinata a continuare e aumentare, perché continuano a crescere la domanda dei consumatori nelle economie emergenti; la popolazione mondiale (oggi siamo 6,9 miliardi, è probabile che saremo 9 miliardi nel 2050); e anche la produzione di agrocarburanti, quindi la domanda di piante coltivate per farne benzina invece che cibo. Di questa instabilità dei prezzi pagano le conseguenze più pesanti i paesi importatori di cibo, e ovviamente i più poveri tra loro. La Fao insiste che «investire nell'agricoltura rimane il fattore critico per garantire la sicurezza alimentare a lungo termine», investire in sistemi di irrigazione, migliorare la gestione e le pratiche agricole, sementi...
    Ma non sono investimenti anche quelli delle società d'affari e grandi gruppi agroalimentari che ottengono concessioni (di solito a prezzo stracciato) su enormi tenute in paesi poveri o vulnerabili come l'Etiopia, il Congo, le Filippine? E infatti sostengono di portare posti di lavoro, aiutare a sviluppare un'agricoltura moderna che sta sul mercato... «Tromperies, balle», ribatte Mamadou Ba: «Quelli sono investimenti che nascondono altro: diano infrastrutture e accessi al mercato ai produttori locali, quello sì è un investimenti che porta lavoro e sviluppo alle nostre economie agricole». L'accaparramento di terre ormai dilaga, «noi chiediamo un tetto alle proprietà e un minimo di diritto alla terra garantito per tutti», aggiunge Laljit Desai, indiano, presidente dell'«Alleanza dei pastori nomadi». Anche la Fao del resto suona un allarme sul land grabbing: «È importante che tutti gli investimenti considerino e rispettino i diritti degli utilizzatori esistenti della terra e delle risorse naturali correlate, che vadano a beneficio delle comunità locali, promuovano la sicurezza alimentare e la sostenibilità ambientale», afferma l'organizzazione dell'Onu.
    Di tutto questo tratta il negoziato in corso presso la Fao. «È un negoziato difficile, alcuni governi sono partiti all'attacco - la linea è sempre quella della libertà di investimenti», nota Antonio Onorati, presidente di Crocevia e rappresentante di Via Campesina. «Ma una cosa è importante: era cominciata come una questione di proprietà privata, è diventata una questione di diritti collettivi all'accesso alle risorse naturali - terra, acqua, pascoli foreste».
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