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TERRA TERRA
14.10.2011
  • | di Marina Forti
    Disastri, Bp pronta a raddoppiare
    La Bp non deve essere rimasta troppo spaventata dal disastro avvenuto l'anno scorso a largo della Louisiana nel golfo del Messico. Infatti si sta preparando a scavare un pozzo di petrolio su un fondale a 1.290 metri sotto il livello del mare, al largo delle isole Shetland nell'Atlantico settentrionale. E per questo ha fatto piani d'emergenza nel caso di incidenti, riferiva mercoledì il quotidiano londinese The Independent. Piani da cui risulta che Bp mette in conto un incidente che, nel peggiore dei casi, provocherà la più grande dispersione di petrolio in mare della storia. È il peggiore dei casi, certo: i piani d'emergenza servono proprio a prevedere tutte le ipotesi possibili per essere pronti ad affrontarle. Ma questo significa appunto che il gigante petrolifero britannico è disposto a correre il rischio che il suo pozzo esplorativo North Uist provochi una fuoriuscita di 75mila barili di greggio al giorno per 140 giorni: farebbe un totale di 10,5 barili, un disastro finora senza pari.
    Per fare paragoni, quando il suo pozzo Macondo, a quasi 1.600 metri sotto la superfice del golfo del Messico, è rimasto scoperchiato dall'esplosione avvenuta sulla piattaforma Deepwater Horizon, ne sono usciti in media 62mila barili al giorno per ben 88 giorni consecutivi, prima che i tecnici riuscissero a riportare la situazione sotto controllo. Il bilancio ecologico e il danno umano, sociale ed economico, su coste che vivono di pesca e di turismo, è stato drammatico. Sembrava perfino che la multinazionale britannica fosse sull'orlo del collasso.
    Ora invece Bp è pronta a raddoppiare: avvia un impresa che potrebbe provocare una dispersione di petrolio addirittura due volte maggiore, in uno dei mari più ricchi di vita marina attorno alle Shetland. Il pozzo North Uist, in un settore di fondale che prende il nome dalle isole Ebridi ma si trova 80 miglia a nord-ovest delle isole Shetland, è parte del progetto Bp di «aprire» quella zona di mare, a volte chiamata la «Frontiera dell'Atlantico», per sostituire la produttività in calo nel Mare del Nord. British Petroleum ha già alcuni pozzi attivi in quella zona a ovest delle Shetland, a profondità tra 140 e 500 metri. Ma North Uist «si distacca, in termini di profondità», dicono i documenti dell'azienda: a 1.290 metri sotto la superfice marina si avvicina molto di più alle condizioni del pozzo Macondo. E sappiamo che là richiudere il pozzo e fermare la dispersione di petrolio è stato tanto difficile proprio perché quel pozzo è tra i più profondi mai scavati.
    Il progetto North Uist era stato accantonato un anno fa dall'allora chief executive della Bp Tony Hayward proprio in considerazione del disastro della Deepwater Horizon e del fuoco di critiche alla Bp per l'approssimazione delle sue misure di sicurezza (lo stesso Hayward poi è stato rimosso). Ora però riprende: il pozzo sarà perforato a partire da gennaio da una nave specializzata, la Stena Caron, appena avrà ottenuto la licenza dal Segretario (ministro) all'energia Chris Huhne.
    Se la otterrà: perché in Gran Bretagna il progetto sta sollevando polemiche. Organizzazioni ambientaliste sottolineano che il caso del Golfo del Messico è un'illustrazione fin troppo chiara del rischio di aprire pozzi a quelle profondità. Fanno notare che quel mare e le isole Shetland sono popolati da specie marine rare, comprese balene, delfini e foche, ed è anche una zona di pesca molto ricca. Gli stessi documenti della Bp vi elencano oltre 20 siti ecologici vulnerabili. «È un progetto così rischioso che la stessa Bp sta facendo piani per far fronte alla più grave marea nera che mai abbia investito la Scozia», si indigna John Sauven, direttore esecutivo di Greenpeace Uk, una delle organizzazioni che ora chiede al segretario all'energia di non autorizzare quel pozzo.
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