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TERRA TERRA
21.10.2011
  • | di Paola Desai
    terraterra
    Un nuovo caso di land grab, accaparramento di terre, sta sollevando polemiche e proteste in Tanzania. Le autorità del paese africano infatti ha firmato qualche mese fa un «memorandum d'intesa» con un investitore dello Iowa, tale Bruce Rastetter e un grande gruppo agroindustriale degli Stati Uniti, AgriSol Energy Llc: questi avranno in concessione 325.000 ettari di terra nella fertile regione del lago Tanganika, per avviarvi progetti agricoli su grande scala.
    Secondo l'intesa, gli investitori americani pagheranno 200 scellini tanzaniani, pari a 2 dollari Usa, per ettaro per anno: un prezzo stracciato, anche se vi sono stati aggiunti 5 dollari annui per ettaro di tasse per l'ente locale. Già questo ha suscitato polemiche: solo pochi giorni fa un «Forum degli investitori della zona del Tanganika» solennemente inaugurato dal presidente Jakaya Kikwete è stato la scena di numerose polemiche, con economisti, accademici e politici locali che accusavano le autorità di non dare il giusto valore alla terra. Anche perché la tariffa di 200 scellini per ettaro è quella fissata da una vecchia legge pensata per favorire la redistribuzione ai piccoli coltivatori locali, quelli che invece ora perdono il diritto a ciò che hanno finora coltivato.
    Ma c'è di più. La terra in questione è abitata da un'ampia popolazione. In particolare, i centri di Katumba e Mishamo sono abitati da circa 40 anni d'anni da rifugiati burundesi, a cui nel 2009 è stata garantita la cittadinanza tanzaniana: ora, poiché AgriSol prevede di basare le sue attività, le autorità hanno deciso di evacuarli e risistemarli altrove. In altre parole, diverse generazioni di profughi che sono riuscire con il tempo a ricostruire le proprie vite sviluppando e coltivando quella terra, ora dovranno andarsene contro la propria volontà. Perderanno la loro fonte di sopravvivenza, e la propria vita sociale - a favore di una grande impresa di agrobusiness.
    Il Memorandum d'intesa parla di una concessione per 99 anni, e l'impresa ha già cominciato i sopralluoghi e le analisi dei terreni per avviare le sue attività. Il governo tanzaniano e AgriSol pubblicizzano questa concessione di terre come un progetto per trasformare la Tanzania in una «potenza agricola regionale», combinando le abbondanti risorse agricole e naturali della zona con pratiche agricole «moderne», inclusa l'introduzione di colture geneticamente modificate. E questo, come vuole la vulgata, porterà benefici all'agricoltira locale, sviluppo e benessere... Di sicuro AgriSol produrrà buoni profitti per se stessa - l'azienda sta anche brigando per ottenere dal governo tanzaniano lo status di «investitore strategico», che gli garantirà esenzioni fiscali sui guadagni generati e altri benefici (tra cui l'esenzione dalle imposte per macchinari agricoli e industriali, sui prodotti esportati, sull'agrocarburante prodotto, e così via). Buoni profitti per l'investitore, ma poco o nulla per i cittadini tanzaniani.
    Il progetto AgriSol in Tanzania ha suscitato critiche e proteste sia in Tanzania che negli Stati uniti. La rete internazionale International Forum on Globalisation giorni fa ha diffuso un appello a moobilitarsi: «Nonostante le critiche, il governo della Tanzania sembra deciso a procedere con il progetto», fa notare: e questo vorrà dire un esodo di 160mila persone, che saranno sbattute chissà dove. «Temiamo che il progetto vada avanti in tempi rapidi, a meno che il governo tanzaniano e gli investuitori statunitensi capiscano che il mondo li guarda» dice l'appello, che chiede di mandare lettere e messaggi a Bruce Rastetter, a AgriSol e al governo della Tanzania (http://media.oaklandinstitute.org/act-now-stop-imminent-land-grab-threatens-more-162000-people-tanzania).
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