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TERRA TERRA
15.11.2011
  • | di ***
    Una petizione da Fukushima
    L'industria nucleare è in ribasso in Giappone, dopo il disastro della centrale atomica di Fukushima della Tokyo Electric Power Company (Tepco), dove lo tsunami dell'11 marzo scorso ha provocato una massiccia fuoriuscita di radiazioni. Ma la crisi interna non impedisce al governo di Tokyo di cercare di promuovere l'esportazione di impianti nucleari giapponesi all'estero: si parla della Turchia e della Lituania, con cui il Giappone è entrato in trattative (archiviato per ora un progetto di vendita in Giordania). Sono paesi non lontani dall'Italia. Contro l'export di centrali atomiche, un ampio schieramento della società civile organizzata giapponese ha promosso una petizione internazionale rivolta al governo del primo ministro Yoshihiko Noda, e raccoglie adesioni (alla pagina http://www.foejapan.org/en/news/110831.html).
    La petizione chiede che «il governo giapponese tolga immediatamente il suo sostegno all'esportazione di impianti nucleari per guidare a livello globale la dismissione dell'energia atomica». Chiede di abbandonare le politiche di sostegno all'export, cancellare tutti i progetti di esportazione di impianti nucleari già avviati, e prendere invece l'iniziativa per una dismissione globale dell'energia nucleare.
    Leggiamo: «Il luogo dell'incidente non è ancora sotto controllo, e le perdite di radiazioni continuano a contaminare Fukushima e una vasta area che include le regioni di Tohoku al nordest e Kanto all'est del Giappone, assieme all'ecosistema marino mondiale. (...) Il pericolo più grande è per i bambini e le donne in gravidanza, che significa il futuro delle nuove generazioni.
    Mentre le popolazioni di Fukushima e dintorni continuano a patire per le conseguenze dell'incidente, crediamo che la comunità internazionale debba stare dalla parte delle vittime e lavorare per una dismissione globale («phase out») dell'energia nucleare.
    Il governo giapponese è stato fiero delle capacità tecnologiche del paese. Tuttavia, il disastro di Fukushima ha dimostrato che la tecnologia non può impedire incidenti gravi. Dopo l'incidente, l'allora primo ministro Naoto Kan ha proposto di dismettere l'energia nucleare, e il governo ha dichiarato l'intenzione di rivedere le politiche energetiche nazionali basate sul nucleare. Il governo giapponese ha inoltre dichiarato che «nel condurre un'indagine approfondita sulle cause dell'incidente, (...) il governo dovrà rivalutare le politiche energetiche del futuro, inclusa la costruzione di nuovi reattori» (1 luglio). Tuttavia, il 5 agosto il consiglio dei ministri ha approvato una decisione favorevole a continuare la politica di esportazione delle centrali. Secondo la decisione, «i paesi importatori sono i principali responsabili della sicurezza delle centrali nucleari», e «se altri paesi vogliono adottare le tecnologie giapponesi per l'energia nucleare, crediamo di dover fornire a questi paesi i più alti standard di sicurezza del mondo».
    Senza portare a termine l'analisi sulle cause dell'incidente, e in assenza di un adeguato dibattito pubblico nazionale, il sostegno del governo all'export di tecnologie nucleari è chiaramente un errore che fa due pesi e due misure.
    (...) Il Giappone ha sperimentato la devastazione dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, e anche quella del disastro di Fukushima. La nostra sincera speranza è che il governo giapponese possa guidare una dismissione globale dell'energia nucleare, dando l'esempio nel costruire una società sostenibile e pacifica che non dipende dall'energia atomica, affinché l'umanità non debba più subire catastrofi provocate dalla potenza nucleare.

    ***Friends of the Earth Japan, Japan Center for a Sustainable Environment and Society (Jacses),
    Network for Indonesian Democracy Japan, The Takagi Fund for Citizen Science, Mekong Watch, Citizen's Nuclear Information Center, Green Action, e-shift
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