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TERRA TERRA
13.01.2012
  • | di Marina Forti
    Nuovi pozzi di petrolio nel Yasunì
    Ha fatto molto parlare di sé, e con ragione, il progetto del governo ecuadoriano di non estrarre petrolio nel Parco nazionale di Yasunì, uno dei luoghi di maggiore concentrazione di diversità biologica del pianeta, in piena regione amazzonica. E' un bellissimo progetto ecologico: lasciare il petrolio sottoterra e compensare il reddito non prodotto cedendo invece «certificati di garanzia» corrispondenti alle tonnellate di anidride carbonica che non andranno nell'atmosfera.
    La notizia diffusa dall'agenzia di stampa spagnola Efe ci riporta alla realtà. L'Ecuador ha anunciato mercoledì che sfrutterà un giacimento petrolifero nel Parco Yasunì - pur dichiarando che il progetto di non estrarre greggio da altre zone della regione prosegue. Il direttore della società petrolifera statale Petroamazonas, Oswaldo Madrid, ha annunciato di aver iniziato la costruzione di impianti in una zona di 200mila ettari, il blocco 31, quasi interamente all'interno del Parco. Ha detto che il progetto «è in piena esecuzione», il lavoro è oltre il 20% di avanzamento. Fino a ora l'unica zona del Parco Yasunì dove attività petrolifere sono in corso è il «blocco 16», un giacimento antico (attualmente in concessione al consorzio ispano.argentino Repsol-Ypf), da cui si estraggono circa 45mila barili di petrolio al giorno.
    Il Parco di Yasunì è una zona protetta gigantesca, ha una grande importanza ecologica, ospita tra l'altro alcune popolazioni native amazzoniche. Ma è anche la zona che racchiude le maggiori riserve petrolifere dell'Ecuador. tanto più per questo era così innovativo il progetto Yasuní Itt (si veda www.yasuni-itt.gov.ec): in sostanza il governo ecuadoriano chiede alla comunità internazionale 3.600 milioni di dolari per compensare il fatto che non sfrutterà i giacimenti petroliferi di Ishpingo, Tambococha e Tiputini (da cui l'acronimo Itt), che rientrano in gran parte nel parco. L'iniziativa «lasciare il petrolio sotto terra» ha trovato qualche appoggio, ma per ora marginale: il governo ecuadoriano ha raccolto finora oltre 100 milioni di dollari in cambio dei suoi «certificati yasunì» (che in fondo sono spendibili come quote di anidride carbonica non emessa, nel quadro delle misure per tagliare le emissioni di gas di serra).
    Cento milioni di dollari non sono molti, ben di più conta di investirne petroamazonas. Infatti i progetti petroliferi in altre zone del Yasunì continuano - come testimonia l'annuncio del'altro giorno. Il direttore di petroamazonas spiega all'agenzia Efe che la foresta nel «blocco 31» è meno delicata delle zone Itt, dal punto di vista ecologico, e si dice convinto che la prossima perforazione di pozzi non creerà gravi danni ambientali 8del resto, potrebbe dire il contrario?). E' anche vero che il progetto era stato avviato già parecchi anni fa da altra compagnia, la brasiliana Petrobras, che però nel 2010 ha abbandonato il progetto perché non accettava la rinegoziazione del contratto imposta dal governo ecuadoriano - dunque non si tratta di una novità assoluta. Anzi, Petroamazonas estrarrà greggio grazie alla «licenza ambientale» che aveva già ottenuto Petrobras nel 2007 (concessa in base a regolamentazioni ambientali «diverse» da quelle oggi in vigore, ammette il signor Madrid, che poi parla di misure per limitare l'impatto - gran parte di macchinari e materiali sarà trasportato in elicottero per non dover aprire grandi strade nella foresta, dice). Ma certo, il progetto include un oleodotto di 80 chilometri...
    L'estrazione comincerà l'anno prossimo con 18mila barili al giorno per poi raggiungere quota 25mila nel 2014. Si tratta del giacimento Apaika, nel cui sviluppo Petroamazonas investirà 365 milioni di dollari, a cui si aggiungerà in seguito il giacimento Nenke, e l'investimento raggiungerà allora i 600 milioni: sono sei volte più dell'attuale ricavato dei «certificati Yasunì».
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