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TERRA TERRA
02.02.2012
  • | di Paola Desai
    Biodiesel, peggio del petrolio
    Altroché «benzina verde». Gli agrocombustibili sono più sporchi, in termini di emissioni di gas di serra, di molti combustibili fossili, se si include nel conto la deforestazione che inducono - per la precisione, il«cambiamento d'uso indiretto dei terreni». A dirlo sono dati raccolti dalla Commissione europea, che sta preparando una nuova direttiva sui «biocarburanti» e per questo ha stimato l'impatto di queste benzine: la nuova legislazione è attesa in primavera, ma intanto alcuni dati di quello studio sono filtrati, e sono arrivati alla rete di ong europee EurActiv. E sono dati che demoliscono l'idea che gli agrocarburanti siano un'alternativa «sostenibile».
    Spieghiamoci meglio. Per «cambiamento d'uso indiretto» si intende ad esempio quando un terreno coperto di boschi, o acquitrini, o zone umide o altro viene ripulito e coltivato per sostituire altre terre prese per produrre agrocarburanti. È noto che l'Unione Europea si è data l'obiettivo di mettere nel mix di benzine usate nel settore dei trasporti almeno il 10% di agrocarburanti entro l'anno 2020 (al momento è a circa metà strada dall'obiettivo, con Slovacchia, Austria e Francia all'avanguardia). L'idea propagandata è che i carburanti derivati dalle piante migliorano la qualità dell'aria nei centri urbani, aiutano l'agricoltura e contribuiscono a tagliare le emissioni di anidride carbonica (di cui i combustibili fossili, come il petrolio, sono la principale fonte). Idea contestata da diversi punti di vista, e in particolare perché trasformare canna da zucchero o mais in etanolo - o soia e olio di palma in biodiesel - solleva almeno due problemi. Il primo è che grandi estensioni di terra arabile (e grandi quantità di acqua) sono usate per produrre carburante invece che cibo. Il secondo è che per produrre sempre più olio di palma, mais, soia etc si accelera la deforestazione. E l'Europa, che non ha abbastanza terre disponibili per produrre tutti gli agrocarburanti che si è prefissata, per rispettare il su obiettivo dipende dall'importazione di olii vegetali, che infatti è aumentata del 21% nel 2011: abbiamo importato circa 2,42 milioni di tonnellate di olii, con l'Argentina come primo fornitore e l'Indonesia (grande produttrice di palma da olio) al secondo posto.
    Le critiche sono state così estese e argomentate che l'Unione europea ora cerca di incoraggiare fonti di combustibile «sostenibili», come ad esempio gli olii usati industriali o della ristorazione: li chiamano agrocombustibili di «seconda generazione». E, in vista di una nuova direttiva in tema, la Commissione ha fatto valutare l'impatto dei diversi agrocarburanti calcolando le emissioni prodotte nell'intero ciclo di vita (così la questione del «cambio d'uso indiretto» delle terre diventa rilevante: se per produrre quell'olio di palma, o altro, sono stati distrutti ettari di foresta o torbiera, questo ha prodotto emissioni di CO2 che vanno messe nel conto).
    Ecco dunque. L'ultima revisione della direttiva europea sulla qualità dei carburanti assegna un valore di default al petrolio ottenuto dalle sabbie bituminose (107 grammi di CO2 equivalente per megajoule di carburante (CO2/mj) e al petrolio convenzionale (87,5 grammi di CO2/mj) e poi paragona a questo i diversi agrocarburanti. Risulta che il biodiesel ottenuto da olio di palma è vicino alle sporchissime sabbie bituminose: produce 105g CO2/mj, e quello da soia 103g CO2/mj, da semi di girasole 86g CO2/mj. Solo nei combustibili «di seconda generazione» i valori scendono in modo sensibile. I portavoce dell'Unione europea nn hanno voluto commentare i dati, poiché si tratta di una «fuga», un'anticipazione. Ma è chiaro che quando pubblicati, dati simili saranno una condanna per l'industria eurpopea del biodiesel. O almeno, dovrebbero.
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