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TERRA TERRA
10.04.2012
  • | di Marina Forti
    Landgrab a Sri Lanka
    Benvenuti a Sri Lanka, destinazione da sogno per i vostri investimenti: buon clima, tanta bella terra da coltivare, prezzi convenienti, tranquillità garantita - soprattutto nel nord e nell'est del paese, dove gran parte della popolazione è comodamente sistemata in campi profughi sorvegliati dall'esercito e non intralcerà le vostre operazioni...
    Beh, no: non è proprio con queste parole che il console generale di Sri Lanka a Dubai si è rivolto a un'audience di businessmen del Golfo, attraverso le pagine del giornale Emirates 24/7 - però ci è andato molto vicino. Il signor Abdul Raheem l'ha messa in altri termini: Sri Lanka, ha detto, vuole aprire la sua agricoltura a investimenti stranieri e cerca «partnership d'affari» con aziende del Golfo. Le missioni diplomatiche di Sri Lanka nel Golfo sono molto attive nel promuovere il loro paese come opportunità di investimenti nell'agro-business, ad esempio in occasione della «Sri Lanka Expo 2012», che si è tenuta a Colombo la settimana scorsa per la prima volta dopo 15 anni. Il discorso del console generale di Sri Lanka a Dubai era molto semplice: «Le importazioni di prodotti alimentari negli Emirati sono aumentate in modo significativo negli anni recenti. Investire in terre agricole vi sarà di grande beneficio per prevenire aumenti eccessivi dei prezzi e garantirvi forniture stabili» (in Emirates 24/7, 5 marzo 2012). Ovviamente c'è anche un messaggio subliminale nelle parole dei rappresentanti di Sri Lanka: abbiamo finalmente messo fine alla guerra interna contro la minoranza etnica tamil, dopo anni di conflitto strisciante siamo passati alle maniere forti, sterminato i guerriglieri (nella primavera del 2009), blindato la popolazione civile e zittito il dissenso. Certo, ora le Nazioni unite ci accusano di crimini di guerra, di aver deliberatamente massacrato civili e cose simili, ma infine il paese è tranquillo e il «clima per gli investimenti» è favorevole.
    Infatti la legge finanziaria 2012 qui ha liberalizzato l'uso di terre statali, permettendo a investitori stranieri (in joint venture con capitali locali) accesso a estensioni illimitate di terra con concessioni fino a 99 anni. E questo è in linea con il programma formulato dall'attuale governo nel 2010, all'indomani della sanguinosa «pacificazione» interna: vi si diceva che «il 44% delle terre coltivabili è sotto utilizzato ma ha un grande potenziale di sviluppo... la fine del conflitto ha liberato una grande quantità di terra arabile che può essere usata per fini produttivi». Ecco fioccare progetti di produzione fiori recisi per l'export, e poi di piantagioni per agrocarburanti, per non parlare di zone economiche speciali.
    Insomma, Sri Lanka si apre a quel fenomeno globale che è il landgrab, accaparramento di terre. Il governo di Colombo tace su un dettaglio: che Sri Lanka è un netto importatore di alimentari, perfino quelli di base. Circa un terzo della popolazione attiva lavora in agricoltura (contro il 24% nell'industria), e almeno 80% della povertà nel paese è rurale. Ma le cose non miglioreranno se grandi estensioni di terra, ovviamente di quella migliore, saranno cedute a investitori stranieri per coltivarvi derrate per l'export. La vulgata è che simili investimenti aiutano il paese ricevente perché migliorano la produttività agricola modernizzando l'economia rurale: la realtà è che distorce le economie locali, «danneggia la sicurezza alimentare, il reddito, il tenore di vita e l'ambiente per la popolazione locale», concludeva il rapporto su «gestione della terra e investimenti internazionali in agricoltura» presentato l'anno scorso alla Fao. Ora, con Sri Lanka il nesso tra militarizzazione della società e liberalizzazione economica non è mai stato così chiaro.
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