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TERRA TERRA
12.04.2012
  • | di Paola Desai
    AAA, predatori cercasi
    Alci, cervi, caprioli: è un periodo di boom demografico per i grandi erbivori in tutto l'emisfero settentrionale del pianeta. Ma non è un buon segno. Le popolazioni di grandi erbivori superano nettamente i livelli storici perché stanno invece declinando i grandi predatori carnivori, come ad esempio i lupi, dice uno studio dell'Università statale dell'Oregon. E questo comporta squilibrio per gli ecosistemi delle grandi foreste del nord, tanto più di fronte al rapido cambiamento del clima.
    Lo studio dell'Università dell'Oregon attinge a dati non solo dagli Stati uniti e non riguarda solo i suoi grandi parchi naturali sulle Montagne Rocciose, spiegano gli autori: i dati dal Canada, Alaska, Yukon, Europa settentrionale e Asia mostrano tutti risultati simili, e dimostrano che «i grandi predatori aiutano a tenere sotto controllo le popolazioni di erbivori con effetti positivi sulla salute degli ecosistemi», ha detto William Ripple, professore di ecologia delle foreste e capo del gruppo di autori, presentando lo studio all'agenzia on-line Environment News Service. La relazione inversa tra erbivori e predatori carnivori è abbastanza chiara: numerosi studi degli ultimi 50 anni hanno constatato che la densità di erbivori è sei volte maggiore nelle zone senza lupi, ad esempio, rispetto a quelle dove vivono i lupi. È anche chiaro che la sovrappopolazione di alci, cervidi e altri erbivori mina la crescita dei giovani alberi e riduce la biodiversità della foresta, anzi riduce le foreste stesse, dicono i ricercatori dell'Oregon. E non c'è bisogno di insistere su quanto siano importanti i boschi, per diminuire l'erosione lungo le rive dei torrenti e contribuire alla salute dell'ecosistema, dei corsi d'acqua, dei pesci che ci vivono e dell'insieme della fauna selvatica - per non parlare dell'anidride carbonica che assorbono: la deforestazione contribuisce in modo pesante al cambiamento del clima. Tutto dovrebbe suonare ovvio: il punto, insistono i ricercatori dell'Oregon, è che si tende a sottovalutare il potenziale effetto benefico della presenza di grandi predatori nell'ecosistema, soprattutto se visto su grandi aree. Si riferiscono ad esempio a stati come Idaho e Montana - nel nord degli Usa, attraversati dalle Montagne Rocciose con le loro grandi foreste - dove centinaia di lupi vengono uccisi, un po' per ridurre i conflitto con i grandi allevamenti di bovini e un po' per aumentare la presenza di prede per la caccia (la decisione se e in che misura autorizzare l'uccisione dei lupi è oggetto di periodici dibattiti pubblici). Lo studio dell'Università dell'Oregon insiste che la combinazione di predatori, come ad esempio lupi e orsi, «può creare un'importante sinergia per moderare l'ampiezza delle popolazioni di erbivori». Il professor Robert Beschta, emerito dell'Università dell'Oregon e coautore della ricerca, fa notare che «spesso gli orsi predano i giovanissimi alci o cervi: a Yellowstone gli orsi uccidono più cuccioli di alci di quanti ne uccidano lupi, coyotes e coguari messi insieme». Nell'Europa settentrionale è la coesistenza di lupi e linci che tiene bassa la popolazione di cervi.
    La ricerca americana (pubblicata sul European Journal of Wildlife Research) studia sia l'effetto reciproco di predatori ed erbivori sull'ecosistema generale, sia come gli erbivori si comportano per rispondere alla minaccia dei predatori (gli autori la chiamano «ecologia della paura»). Insomma, loro parlano di «gestione degli ecosistemi»: concludono che i grandi predatori hanno un ruolo positivo per la diversità della vegetazione nativa, quindi in definitiva per l'equilibrio dell'ecosistema. Per carità, sono da prendere alla lettera - nessuna metafora sociale che riguardi noi umani.
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