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TERRA TERRA
26.04.2012
  • | di Marina Forti
    La neo-lingua della terra
    La neo-lingua delle istituzioni finanziarie internazionali non finisce di stupire. La Banca mondiale tiene questa settimana a Washington una conferenza su «Terra e povertà», ovvero «gestione della terra in un ambiente in rapido cambiamento», dove per ambiente non si intende quello naturale ma quello economico - e lo scopo dichiarato è «migliorare il clima per gli investimenti agricoli». Ora, «migliorare il clima» qui significa rendere gli investimenti agricoli più redditizi per gli investitori, di solito grandi aziende dell'agro-alimentare. E questo allude di solito a acquisizioni di grandi espansioni di buona terra coltivabile, da usare per piantagioni o altre coltivazioni intensive. Insomma: la Banca mondiale «è una delle forze trainanti dietro al land grab, l'accaparramento di terre, che permette al grande business mondiale di inghiottire terre e risorse ai danni delle comunità locali», dice la dichiarazione congiunta di numerose reti di società civile e forze sociali di un po' tutto il mondo (Focus on the Global South, Friends of the Earth International, Grain, Via campesina e la Campagna per la riforma della Banca Mondiale).
    L'acquisizione di terre su larga scala di solito in paesi per lo più rurali e poveri, è un fenomeno ormai ampiamente descritto. E la Banca Mondiale (il cui compito statutario è combattere la povertà, ma forse anche questo è un esempio di neo-lingua) sta assumendo un ruolo guida in questo fenomeno, dicono quelle reti di società civile organizzata, rendendo disponibili agli investitori capitali e garanzie, assistenza tecnica, e perfino spingendo molti paesi ad adottare politiche e norme che garantiscono gli investitori. In effetti la Banca Mondiale ha sempre spinto per un approccio «di mercato» alla gestione della terra, come parte delle sue politiche di «riduzione della povertà». Ovvero, privatizzare la terra e promuovere colture per l'export (quindi quanto più intensive e su larga scala: e questo è ovviamente l'opposto del valorizzare le economie locali o l'agricoltura di sussistenza da cui pure dipende l'80% delle popolazioni rurali dei paesi «in via di sviluppo», secondo la Fao). Significa inoltre negare i diritti consuetudinari e tradizionali. Significa, al contrario, aumentare la concentrazione della proprietà terriera nelle mani di pochi: perfino le piccole oligarchie di terratenientes locali sono scavalcate da grandi investitori internazionali. Attratti da prezzi dei generi alimentari in aumento, e dalla domanda crescente di agrocarburanti e di derrate agricole, alcuni gruppi multinazionali dell'agro-alimentare e alcuni gruppi finanziari (banche private, fondi pensioni, fondi d'investimento) si sono buttate nel business di acquisire terre coltivabili e le fonti d'acqua associate. Si stima che tra 80 e 230 milioni di ettari di terre arabili siano state acquisite negli ultimissimi anni per produrvi derrate agricole, mangimi o agrocarburanti che vanno sul mercato internazionale, a beneficio dell'investitore, ma a danno dei locali agricoltori o pastori a cui è tolto l'accesso a terra, pascoli, fonti d'acqua. Le popolazioni espulse dalla terra sono a volte vittima di sgomberi violenti, spesso lasciate senza risarcimenti adeguati, senza fonti di reddito e modo di produrre cibo; le violazioni dei loro diritti umani sono frequenti, come anche la devastazione ambientale. Di questo ha cominciato a preoccuparsi la Fao, che ha sformato studi vagamente critici.
    Ma tutto questo non traspare, quando la Banca mondiale promuove quelli che definisce principi di «investimento agricolo responsabile» (Rai, nell'acronimo in inglese). Ecco la neolingua: investimento responsabile significa espellere le popolazioni rurali a favore dell'agricoltura industriale e dei grandi investitori.
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